A volte ritornano, ma resta un sogno di mezza estate. Il candidato-cancelliere tedesco per la Spd, in piena campagna elettorale, tra le altre proposte ha inserito nel suo programma (e i politici tedeschi al contrario dei nostri qualche promessa sono soliti poi doverla mantenere) l’aumento delle tasse per i più ricchi, in particolare l’introduzione di una leggera “patrimoniale“, più 3% oltre il normale livello impositivo per i redditi delle famiglie con oltre 500mila euro annui di entrate, o di 250mila per quelli singoli.

La ragione che, secondo i consiglieri dell’aspirante successore di Angela Merkel, Olaf Scholz, giustifica l’introduzione di siffatta patrimoniale – peraltro non disgiunta da una più ampia riforma fiscale – è quella che tutti possono intuire, cioè la necessità di continuare a sostenere gli investimenti anche in un periodo di crisi quale è quello della pandemia e del post-pandemia. Una proposta che riguarda non più del 5% dei contribuenti tedeschi e che ha trovato subito ampie adesioni, aumentando nei sondaggi i consensi alla Spd.

Tanto per fare subito chiarezza, la patrimoniale anche intesa come contributo straordinario è odiosa, inutile, contraria allo stesso spirito dell’equità fiscale, oltre che della solidarietà sociale sulla quale si deve reggere un paese. In un paese moderno, il sistema fiscale ottiene lo stesso risultato che una patrimoniale dovrebbe conseguire, cioè far pagare a ognuno, compresi i ricchi, secondo le proprie possibilità, senza dover per questo scatenare una caccia all’untore. Ma ciò che rende ancor meno possibile l’introduzione di una patrimoniale nel nostro paese è il fatto – che non vogliamo regolarmente capire – che l’Italia è l’Italia, non è la Germania, né l’Inghilterra o nemmeno la Francia, dove pure provvedimenti del genere sarebbero possibili e in parte già attuati.

Dovremo ficcarci per benino in testa una volta per tutte, che l’attuale sistema fiscale italiano è strutturalmente iniquo, direi distorsivo, cioè fa più danno che altro e quindi prima di tutto va cambiato radicalmente. Le rilevazioni reddituali e quindi le relative imposizioni fiscali non corrispondono all’effettiva capacità di reddito degli italiani. Troppa evasione è ancora possibile, in molti casi eludere il fisco è ammesso dalla stessa legge, e quando né l’una né l’altra sono praticabili ci pensano le leggi tributarie, temo volutamente inadeguate a stimare il reddito dei contribuenti, sature di privilegi, prive di ogni attitudine sociale, mancanti di qualsiasi minimo rispetto per il lavoro e la produzione.

In Italia (non in Germania), chi paga le tasse è per nascita o per conseguenza povero. Abbiamo un livello fiscale complessivamente altissimo in grado di impoverire anche i ricchi, figuriamoci i poveri. I veri ricchi non figurano mai nella lista dei maggiori contribuenti, di sicuro non nella misura corrispondente alle loro reali entrate e disponibilità. Che venga applicato o che non venga applicato, il sistema fiscale italiano genera scarse entrate e un numero straordinario di ingiustizie, che però, nemmeno tanto nascostamente, la stragrande maggioranza degli italiani approva. Sono sempre quelle degli altri e la prima regola è arrangiarsi.

Questa voragine di ingiustizia è cresciuta, insieme ad altri “fiorellini” del medesimo tipo, all’ombra della scarsa propensione degli italiani ad accettare, come principi fondanti e obbligatori per tutti, la prevalenza dell’interesse generale e del primato delle leggi su ogni diritto individuale. Diciamocelo francamente, da un punto di vista fiscale siamo un paese in via di sviluppo, come l’Egitto o la Tunisia (e speriamo che nessuno si offenda). Che senso avrebbe aggiungere su un impianto così palesemente iniquo, ulteriori provvedimenti, di scarsissimo concreto apporto, ma di palesi finalità persecutorie?

Già i ricchi italiani – quelli veri – sono specializzati nel portare i propri denari, le proprie residenze, le proprie società all’estero, eludendo alla fonte ogni eventuale tassa. La patrimoniale più che le entrate aumenterebbe queste poco lodevoli voci. Qualcuno di noi ha creduto – al momento in cui il Presidente Sergio Mattarella, chiamando Mario Draghi al governo, aveva sottolineato la gravità della situazione e la necessità che la politica si facesse da parte per poter adottare in tempi rapidi riforme fondamentali e da troppo tempo pendenti – che fosse venuto il momento di fare le cose sul serio. Probabilmente non il ponte sullo Stretto, ma una lista di provvedimenti urgenti, privi di ogni speciale colore politico, la riforma del mercato del lavoro, dei salari, la giustizia, il fisco, riforme prive di colore politico perché legate a esigenze di razionalità e sviluppo ormai inderogabili per un paese che aspiri a mantenere il livello di benessere raggiunto, oltre che la sua posizione tra le nazioni più sviluppate.

La prima di queste riforme aveva da essere quella del fisco, radicale, direi rivoluzionaria e in tempi rapidi. Una riforma del fisco che, ristabilendo una vera equità tra gli italiani, spingesse, come è funzione principale di ogni sistema fiscale che si rispetti, allo sviluppo individuale, imprenditoriale ed economico dell’intero paese, aiutando i più deboli, incentivando i più abili, reprimendo senza pietà tutti i furbi. Invece per il momento solo chiacchiere, di concreto ancora nulla e temiamo da alcune anticipazioni che nulla cambierà nella sostanza, ancora evasione, ancora ingiustizie fiscali, poco per le famiglie, nulla per i lavoratori. Altro che patrimoniale. A chiacchiere gli italiani la vogliono, perché sanno bene che anche con un provvedimento del genere, nulla cambierà e a pagare saranno sempre e solo i soliti “fessi”.

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