In Tunisia è finito il conto alla rovescia. Il 23 agosto a mezzanotte sono scaduti i trenta giorni durante i quali Kais Saied, il presidente, ha deciso di congelare temporaneamente le attività del Parlamento tunisino. Da settimane parte della società civile chiede a Saied di ottenere delle garanzie e rendere pubblica la sua road map: non è chiaro infatti quali saranno i prossimi passi del presidente, che in questo momento esercita il potere esecutivo dopo aver mandato a casa l’ex primo ministro Hichem Mechichi, a capo di un governo tecnico fino al 25 luglio. Saied, che continua a governare tramite decreti, non ha dato indicazioni chiare a riguardo. Era però prevedibile che, allo scadere del trentesimo giorno, non intendesse tornare alla precedente configurazione.

A confermarlo, un comunicato pubblicato qualche minuto dopo la mezzanotte: le attività del parlamento tunisino restano sospese fino a nuove dichiarazioni a riguardo. I deputati, senza immunità parlamentare. Per giustificare questa decisione, il professore di diritto eletto nel 2019 fa appello ancora una volta all’articolo 80 della Costituzione del 2014. Ma il testo dell’articolo in questione non evoca né la possibilità di sciogliere il Parlamento (che al contrario dovrebbe rimanere in seduta anche in caso di “misure eccezionali”, si legge), né la durata massima delle misure adottate dal presidente. Districare i nodi allo scadere del trentesimo giorno spetterebbe alla Corte Costituzionale, corte che però non è mai stata nominata.

Oggi il partito Ennahda accusa il presidente di colpo di Stato, chiedendo un ritorno “al normale funzionamento delle istituzioni”. Ma, in passato, il partito di maggioranza in Parlamento si è messo di traverso quando si è trattato di procedere con la nomina della Corte Costituzionale, decisione che lo stesso presidente ha successivamente rimandato. La Tunisia si ritrova così senza quel contropotere in grado di controllare e, in caso, limitare le scelte di Saied. Il presidente rimane però apprezzato dall’opinione pubblica che considerava i partiti e gli esponenti del precedente governo responsabili di aver portato il Paese sul lastrico a dieci anni dalla rivoluzione del 2011.

Le accuse mosse dai manifestanti nei confronti di chi “fa affari sulle spalle della maggioranza” si leggono da mesi – se non da anni – sugli striscioni di chi scende in piazza non più contro il regime, ma contro la corruzione e i suoi rappresentanti. Lo stesso Kais Saied è stato eletto sull’onda di un diffuso sentimento “anti sistema” che aveva portato, pochi mesi prima, alla creazione di un partito definito populista anche dai politologi tunisini (Qalb Tounes del magnate Nabil Karoui, sfidante di Saied durante il secondo turno delle elezioni presidenziali). Così il professore indipendente che ha fatto campagna elettorale nelle regioni marginalizzate, senza finanziamenti, governa oggi il paese promettendo di riscattare la rivoluzione. Se si tornasse a votare oggi, infatti, secondo l’ultimo sondaggio di Sigma Conseil, Saied otterrebbe oltre il 90% dei voti. Se decidesse di formare un partito – cosa che potrebbe accadere nelle prossime settimane e che viene addirittura anticipata dagli istituti di sondaggi – questo si piazzerebbe invece in seconda posizione, al 20%, dietro ai nostalgici del regime di Ben Ali guidati da Abir Moussi (il Partito Desturiano Libero).

Nel frattempo, durante il mese di agosto, Saied ha dato il via ad una sorta di operazione mani pulite, mandando a casa ministri (per primi quelli degli Interni, della Giustizia e della Difesa), ambasciatori (come quello a Washington) ma soprattutto funzionari dell’amministrazione pubblica e governatori locali, sostituiti da figure a lui vicine. Il presidente ha poi dato il via a una serie di inchieste giudiziarie, premendo l’acceleratore quando i tempi della giustizia si erano allungati troppo. Nel mirino della giustizia militare sono finite diverse figure appartenenti al partito di maggioranza in parlamento, Ennahda, e al suo alleato ultraconservatore Al-Karama. Dopo essersi inizialmente scagliato contro le decisioni di Kais Saied, il partito di Rached Ghannouchi è imploso. Le posizioni sono divergenti all’interno dello stesso consiglio della Shura, tanto che ieri il leader Ghannouchi ha deciso di licenziare tutti i membri dell’ufficio esecutivo per riformare il partito. Il paese rimane allora sospeso in attesa dei mesi autunnali, durante i quali da anni si intensificano le proteste di chi chiede migliori condizioni di vita e nuove riforme economiche e sociali a sostegno della popolazione. La crisi economica rimane, malgrado tutto, la principale sfida di Kais Saied.

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