Una ricostruzione che accelera, fin quasi a raddoppiare il numero di cantieri autorizzati in un anno rispetto a quelli approvati nei quattro anni precedenti, ma che paga lo scotto di ritardi, di lungaggini burocratiche e di una popolazione probabilmente demoralizzata che non cerca neanche più di ottenere contributi per poter ricominciare là dove tra il 24 agosto e il 30 ottobre 2016 ha perso tutto. È quanto emerge dal terzo rapporto sulla ricostruzione del Centro Italia, presentato dal commissario straordinario Giovanni Legnini.

Se da una parte i numeri assoluti fanno ben sperare, con quasi 5mila richieste di contributo alla ricostruzione accolte in un anno e 12mila famiglie rientrate a casa, nonostante gli edifici resi di nuovo agibili siano appena il 6,25% del totale degli interventi necessari, dall’altra alcune ombre incombono sul futuro di uno dei più grandi cantieri europei. Così come aveva preventivato parlando al Fatto.it il tesoriere del consiglio dell’ordine degli architetti dell’Umbria, Paolo Moressoni, che lo scorso anno aveva parlato di un possibile “effetto imbuto” sulle imprese al lavoro nei territori del cratere, ora il rischio maggiore è proprio quello di non avere abbastanza imprese e professionisti per portare avanti i lavori. Al pericolo di una saturazione del mercato, Legnini ha risposto lanciando un appello in conferenza stampa: “Venite a lavorare alla ricostruzione del Centro Italia colpito dagli eventi sismici del 2016 e 2017 perché la ricostruzione non rallenti”. Ma non solo. La “fase matura” della ricostruzione, come l’ha definita il Commissario sconta i rischi dovuti alle dinamiche di mercato indotte anche dalla pandemia, e già in primavera ha “subito un rallentamento a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali di costruzione, al quale si è fatto fronte, recentemente, innalzando la misura del contributo”.

La ricostruzione privata – Nonostante l’emergenza coronavirus, rispetto allo scorso i dati raccolti fino al 30 giugno 2021 mostrano un primo sprint. I cittadini, forse spinti anche dall’ordinanza 100, che prevede tempi certi e molto più rapidi, mai superiori a 90 giorni, per la definizione delle domande, hanno presentato quasi 6.700 domande di contributo in più rispetto allo scorso anno, circa un terzo del totale di quelle richieste da inizio ricostruzione che hanno raggiunto quota 20.669. All’aumento delle richieste ha corso di pari passo un aumento dell’accettazione delle domande: oggi ne sono state accolte 10.263, 4.938 in più rispetto a quelle registrate al 30 giugno 2020.

Ma a cosa è dovuta la corsa alle richieste di contributo? Un motivo è da ricercare sicuramente nel termine del 30 novembre 2020 per poter presentare istanze relative ai danni lievi che ha fatto arrivare in un anno poco più di 5mila domande: erano 14.793 a fine giugno contro le 9.687 dello scorso anno. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda i danni gravi. Al 30 giugno erano appena 5.876 le richieste di contributo presentate, solo 1.615 in più rispetto allo scorso anno.

Numeri in crescita, senza dubbio, ma ancora molto piccoli se si pensa al totale degli edifici che avrebbero bisogno di essere ripristinati. Secondo il censimento della protezione civile realizzato dopo le tre principali scosse, erano 80mila gli edifici inagibili, di cui 49.953 con danni gravi e 30.392 con danni lievi, e quindi le domande presentate sono appena il 25%, che per la struttura commissariale corrispondono a “un terzo dei progetti realisticamente attesi” visto che “l’esperienza passata indica che non tutti gli edifici inagibili saranno oggetto di una richiesta di contributo”. Per non parlare dei cantieri: quelli aperti sono 5.500 e quelli conclusi sono solo 5.000, cioè il 6,25% degli edifici censiti da ricostruire.

Numeri che fanno mal pensare gli scettici della ricostruzione, che nel sisma del Centro Italia non hanno visto nient’altro che un rischio spopolamento. In molti in effetti si sono ormai “rifatti una vita”, lontano dalle aree del cratere, lontano dai Sibillini e molto più vicini alla vivacità delle coste.

Il motivo della reticenza nella richiesta di contributo, ha spiegato Legnini in conferenza stampa, va ancora approfondito. Anche per questo, per avere un quadro puntuale del numero reale degli immobili da ripristinare, il Commissario ha chiesto ai cittadini che non hanno ancora presentato la richiesta di contributo, di manifestare esplicitamente la volontà di farlo tramite una piattaforma apposita dove è possibile “prenotare” la richiesta di contributo, inserendo anche un ipotetico importo, che serve ai soli fini statistici per capire quanti fondi ancora bisognerebbe stanziare per ricostruire tutto.

Dal momento che le richieste di contributo si riferiscono a interi edifici, o, a volte, a complessi abitativi, secondo le stime della struttura commissariale, le oltre 10mila domande accolte riguardano circa 25mila abitazioni (16.503 nelle Marche, 4.200 in Umbria, 2.500 in Lazio e Abruzzo), mentre i quasi 5mila i cantieri conclusi hanno già permesso la ricostruzione di 12mila unità residenziali e il rientro a casa di altrettante famiglie. Se si guardano i cantieri già autorizzati ma non ancora conclusi (circa 5mila), invece, sono 13mila le famiglie che potranno tornare a casa nei prossimi mesi. Tempistiche certe, almeno per ora, non ce ne sono. Ma secondo il commissario, “se riusciremo” a mantenere questo ritmo “tra qualche anno vedremo dei risultati molto importanti”.

La ricostruzione pubblica – Anche per le opere pubbliche, secondo Legnini, l’ultimo anno ha sbloccato “la stasi sostanziale” degli ultimi anni. A oggi quelle finanziate dalle ordinanze sono oltre 2600 e negli ultimi sei mesi sono stati sbloccati circa mille interventi. In particolare si tratta di 936 chiese ed edifici di culto, 316 interventi sull’edilizia pubblica residenziale, 250 scuole, 236 opere di urbanizzazione, 150 sedi municipali, 152 opere pubbliche diverse, 143 dissesti idrogeologici, 102 strutture sociali, 93 cimiteri, 70 impianti sportivi, 66 torri, palazzi e mura
urbiche, 42 teatri e musei, 35 caserme, 10 ospedali, 8 strutture sanitarie, 5 immobili culturali, 3 infrastrutture tecnologiche, 2 attrezzature sanitarie. Si tratta di opere fondamentali anche per la ripartenza delle comunità, completamente disgregate da cinque anni dalla quasi totale assenza di servizi. Qui, dove spesso una chiesa può rappresentare tutto il fulcro di un paese e dove andare da un posto a un altro, anche solo per raggiungere la scuola più vicina, spesso vuol dire dover percorrere chilometri di strade dissestate e piene di curve, la ricostruzione pubblica è quanto mai centrale. A oggi, però, le opere terminate e consegnate sono appena 251, mentre i cantieri al lavoro sono 169.

Le macerie – Per la prima volta dal 2016, rientrano sotto la competenza del commissario straordinario anche le macerie cosiddette “pubbliche”, la cui gestione era stata affidata a ciascuna regione colpita e finanziata con i fondi dell’emergenza, 100 milioni di euro oggi esauriti. Finora sono 2,5 milioni di tonnellate le macerie rimosse da comuni e regioni per la messa in sicurezza del territorio, che comprendono anche quelle derivanti da edifici privati. Ma, basta fare un giro nei territori colpiti per rendersene conto, restano altre 165mila tonnellate ancora da smaltire, alle quali si sommano quelle che deriveranno dalle demolizioni private, la cui rimozione sarà finanziata direttamente con il contributo pubblico di ricostruzione. Per smaltire le 165mila tonnellate rimaste, il Commissario ha stanziato altri 83,4 milioni di euro, di cui 66 milioni già erogati nel corso di quest’anno.

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