Pubblichiamo la lettera di risposta di Simone Vincenzo Velluti Zati di San Clemente a Sting che su 7 del Corriere della Sera aveva mosso accuse di presunti “imbrogli” legati alla tenuta il Palagio di cui era proprietario il padre, il duca Simone Francesco, dichiarazioni di cui ha dato conto anche ilfattoquotidiano.it.

Il signor Gordon Matthew Thomas Sumner, meglio noto come Sting, nell’intervista apparsa il 13 agosto sul Magazine 7 del Corriere della Sera e sul sito on line del medesimo quotidiano, poi ripresa dal FattoQuotidiano.it, fa affermazioni che, oltre a non rispondere al vero, sono altamente lesive della memoria di mio padre, nonché della mia reputazione.

Sting, oltretutto, dimostra di non comprendere appieno il significato di campagna toscana, fattoria (che lui chiama “tenuta”), paesaggio e cosa sia stato il Palagio, ora trasformato in pizzeria e wine bar, né chi sia stato mio padre: Simone Francesco Velluti Zati di San Clemente. Mio padre è stato tra i fondatori, nel 1965, dell’Associazione Nazionale Agricoltura e Turismo, Agriturist, e suo presidente fino al 1998; un viaggiatore instancabile, un etnologo e antropologo sul campo insieme al prof. Paolo Graziosi, ed esclusivamente sua è stata la scoperta di importanti graffiti preistorici nel deserto libico.

Mio padre era un uomo pieno di curiosità e interessi culturali; così il Palagio, con cui viveva in simbiosi, per molti anni è stato un “cenacolo” dove si ritrovavano e discutevano intellettuali, a
volte in convegni, più spesso in incontri non ufficiali. Qui, Edgar Morin, suo fraterno amico, organizzò nel 1974 la prima “Conferenza internazionale sulla crisi dello sviluppo”, con Candido Mendes Jacques Attali, il filosofo e psicanalista Cornelius Castoriadis, Alessandro Pizzorno, Jean-Marie Domenach, nomi che probabilmente a Sting non dicono niente.

Certo, al momento dell’acquisto da parte di Sting nel 1997, la villa aveva un notevole bisogno di manutenzione, ma non era fatiscente, né tanto meno priva di energia elettrica: la cosa è così improbabile che non occorre commentare! Ma a parte ciò, per quello che riguarda l’anima del luogo, il fascino di una tradizione viva, fascino che sicuramente anche Sting ha percepito, il confronto tra quello che era il Palagio di una volta e quello che è oggi è impietoso. Il Palagio è stato trasformato in un resort stile Palm Beach. Un toscano mediamente acculturato sa che in questa parte della nostra regione ville, giardini e campagne sono o erano tra loro collegate e facevano parte di un unico complesso paesaggistico. Al contrario, quello che è stato fatto, come rifacimento della villa e del giardino, è stata una violenta decontestualizzazione rispetto a quella campagna di cui Sting dice di sentirsi parte.

A ciò si aggiunga che il Palagio produceva un ottimo vino chianti, molto vicino alle caratteristiche del classico, e l’estirpazione di antichi vigneti, a bassa produttività, ma di alta qualità, è una pratica colturale ormai abbandonata. Ma tant’è, c’è vignaiolo e vignaiolo.

Infine, la calunnia: velenosa e completamente falsa. Mio padre, Simone di San Clemente, avrebbe con “un trucco da osteria” spacciato del barolo come vino prodotto in fattoria. Niente di più alieno dal carattere, dalle abitudini, dai comportamenti, in una parola, dallo spirito di mio padre, comportarsi come un oste truffaldino e, diciamolo pure, anche un po’ cretino; senza considerare che un signore navigato come Sting, che all’epoca aveva 46 anni, non dovrebbe confondere barolo con chianti, vale a dire nebbiolo con sangiovese. Ciò che più stupisce è che mio padre è venuto
a mancare nel 2012, per cui Sting ha avuto circa 15 anni per permettergli di ribattere personalmente a un’affermazione non solo in malafede, ma anche così assurda e inverosimile da suonare come un vero e proprio boomerang. Ha deciso invece di farlo a “babbo morto”, come dicono in Toscana.

A questo proposito, il grande umanista e filosofo Edgar Morin dice: “La commercializzazione del Palagio è deplorevole, ma è uno dei tanti casi di commercializzazione di un luogo speciale nel mondo. L’insulto al nostro Simone sta nell’episodio del bicchiere di vino rosso barolo che Sting dice gli è stato offerto al posto del chianti di fattoria. [E che è stata la bontà di questo vino che l’ha convinto a comprare i vigneti]. Sappiamo bene che il chianti del Palagio era eccellente. Sting, che inizialmente non sapeva niente di vino, si è sbagliato o ha inventato questa storia recentemente…”.

In definitiva, l’intervista che Sting ha concesso al magazine 7 del Corriere della Sera sembra essenzialmente intesa a promuovere il miglior vino e la migliore pizza al mondo, in quella che è
niente più che una strategia di marketing di cattivo gusto. Sarò lieto un giorno di essere suo ospite per degustare la qualità eccelsa delle sue produzioni, sempre che sia disposto anche a offrirmi le sue scuse più sentite per aver diffamato, senza motivo, una persona che non conosceva, e che certamente non meritava delle offese gratuite.

In tutta questa vicenda si stenta a riconoscere il gusto raffinato che Sting dice di aver acquisito negli anni, né appare una scelta di buon gusto, per non dire altro, quella di usare senza alcuna autorizzazione lo stemma della mia famiglia sulle etichette dei suoi vini. Auguro a Sting che quel karma a lui tanto caro non gli si ritorca contro e lo invito a riflettere sulla verità dei fatti nel corso delle sue meditazioni. Io intanto resto in attesa che il signor Gordon
Matthew Thomas Sumner mi porga le sue scuse.

Simone Vincenzo Velluti Zati

Ps. Questa lettera è stata letta e condivisa dagli amici che hanno ben conosciuto Simone Francesco Velluti Zati e che, oltretutto, hanno goduto della meravigliosa ospitalità del Palagio
Edgar Morin
Paolo e Alessandro Baldeschi
Bernard de Bonnerive
Isabelle Durazzo
Achille e Diana Mauri
Hugues de Montalembert
Elisabetta Pandolfini
Idanna e Giannozzo Pucci
Terence Ward

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