Non sono un medico. E quindi per me il corpo è quella cosa integra, funzionante, perfino bella che è definita dal perimetro della sua epidermide. Ho la fortuna e l’incompetenza per non doverci affondare le mani dentro, tagliando e cucendo, asportando brandelli, organi, ossa spezzate, col sangue ai gomiti. In qualche modo, tuttavia, come giornalista con una formazione storica, un lavoro analogo di sezionatura, di taglio per vedere dentro il male, è il mio lavoro.

Quindi, ovviamente, io nel mio piccolo non sono Gino Strada, ma neppure Strada nel suo essere grande era me. Per dire che l’ammirazione, sconfinata, per tutto quello che ha fatto non deve per forza coincidere con la condivisione di tutto ciò che pensava. Non parlo, sia chiaro, della distinzione becero-fascista di quelli che postano la chiave inglese, o di quella becero-patriottica di chi lo accusava di intelligenza col nemico. Repellenti entrambe.

Ma una distinzione sul tema del pacifismo e del rapporto con la guerra. Che era straordinariamente integrato nel suo mondo di medico, e gli avrebbe meritato un Nobel, se il Nobel non andasse di norma a politici con le mani insanguinate, e non perché chirurghi ma macellai. E nel suo ruolo di medico proveniente da un paese e da una alleanza di aggressori. Vi fermo subito. Noi non facciamo aggressioni. Facciamo missioni di pace.

Abbiamo sempre qualcuno da difendere da aggressioni altrui. Purtroppo siamo noi a decidere chi è aggredito e chi è aggressore, e talvolta, spesso, facciamo confusione in situazioni complesse, ignote, caotiche. Questo per le anime belle. E Strada, secondo me, per fortuna non era un’anima bella, ma un’anima arrabbiata, non pacifista ma contro la guerra. Con il facile principio che se i tuoi soldati stanno in un paese che non è il loro, un problema c’è.

Ma la guerra, a differenza del sesso, richiede sempre la presenza di un altro. Il nemico. E con implacabile simmetria, noi siamo il loro nemico. E questo è lo sforzo logico che cancella, nella storia reale, il concetto di pacifismo. Nelle ore che stiamo vivendo vediamo il dilemma dai due lati, contemporaneamente.

L’Afghanistan ci dice che la guerra, con tutti i suoi costi umani e materiali, è stata una criminale follia per la nostra parte di “aggressori”. Ma è stata la scelta, con gli stessi costi, giusta da parte degli aggrediti. Giusta dal loro punto di vista, per i loro valori e per la loro cultura. E siccome noi “che siamo lì per difendere” non sappiamo cosa diavolo difendiamo, se davvero avessimo voluto difendere il destino delle donne, il futuro dei bambini, i ” nostri” valori, da lì non ce ne saremmo dovuti andare mai, o forse dovremmo andarci “adesso” a combattere.

Perché Strada, come già faceva, da medico avrebbe continuato, e se Emergency potrà rimanere continuerà a curare le vittime, talebane o alleate, solo adesso a parti invertite, mentre i politici e i militari se la battono, lasciandosi dietro la catastrofe umanitaria di questi vent’anni e quella futura.

Ma, appunto, provate oggi a dire a un talebano, ieri a un russo a Berlino, a un americano a Okinawa, a uno jugoslavo sulla Neretva, a Fenoglio nella Cascina della Langa che la guerra, oltre che sbagliata, crudele, selvaggia, l’inferno di Sherman, è inutile. È come dire al chirurgo di non tagliare la pelle, di non esporre i tessuti, di non amputare i frammenti, di non trapiantare organi, di usare solo le medicine e, se non funzionano, santificare l’integrità di quel corpo lasciandolo morire.

Ps. Mahatma Gandhi. Lo so. Un’ altra grande anima. Vorrei tutti fossimo come lui e Strada e non come Achille e Cesare. Ma per come la vedo io, anche l’indipendenza indiana è il frutto di una immensa guerra combattuta altrove che per essere vinta richiedeva l’autodeterminazione dei popoli, e che prosciugò le risorse dell’Impero inglese. E si, anche Nelson Mandela, grande anima, ma nel paese che si è liberato per ultimo dal colonialismo nel continente africano.

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