“Torno a implorare l’aiuto delle autorità italiane, vi prego, tirateci fuori da questo inferno. I Talebani me la faranno pagare per l’aiuto fornito al vostro Paese. Devo portare la famiglia a Kabul, anche se non sarà facile: l’aeroporto di Herat è controllato da loro, dovrei reperire un veicolo per attraversare il Paese, è rischioso, ma è l’unica opzione”. Jailani Rahgozar, a lungo cooperante con le ong italiane per svariati progetti, parla da Herat, il capoluogo occidentale dell’Afghanistan di cui è originario e che per anni è stato quartier generale del contingente militare italiano nel quadro della missione Isaf. Rispetto al 26 luglio, quando ha parlato con ilfattoquotidiano.it chiedendo che l’Italia gli concedesse un visto, la situazione è precipitata: gli studenti coranici si sono impadroniti della città. E Rahgozar, con moglie e due figli piccoli, è un uomo braccato: vive nascosto a casa del suocero: “Nessuno di noi mette il naso fuori di casa, se mi dovessero fermare per un controllo sarebbe la fine. Le mie origini (tagike, ndr.) sono evidenti, non avrei scampo. Gli islamisti dicono che non faranno del male a nessuno, ma io non mi fido”.

Il premier Mario Draghi ha appena garantito l’impegno a “proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”. Ma al cooperante, che chiede di pubblicare il suo nome e la sua foto perché le autorità italiane possano raggiungerlo e aiutarlo, nessuno ha offerto una via di fuga. “Il giorno dopo la pubblicazione della mia prima intervista l’ufficio dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo di Herat mi ha contattato – racconta in una telefonata via social con la voce rotta dall’emozione. – Roma l’aveva letta e aveva chiesto subito informazioni al personale della sede di Herat. Ho parlato con il responsabile, Eng Mehran, lui mi ha chiesto tutte le informazioni sulla mia collaborazione con le ong italiane, Gvc, Intersos e altre, attraverso Aics, la durata, la tipologia e così via. Da allora non ho più ricevuto alcuna novità. Chiamo tutti i giorni la sede Aics e parlo con il responsabile, la nostra unica àncora di salvezza, e ogni volta lui mi risponde che non ci sono novità. Solo Aics può tirarci fuori da questo caos”. L’ufficio Aics, un edificio simile a un bunker nella zona periferica della grande città dell’Afghanistan occidentale, è ancora attivo, ma ovviamente è gestito da personale afghano: gli italiani se ne sono andati da tempo.

Nel frattempo i Talebani hanno preso il controllo totale della città, occupando le sedi politico-istituzionali e anche Camp Arena, la base militare a lungo utilizzata dall’Italia prima della fuga repentina. Tra il 1° e il 2 agosto scorsi le loro bandiere campeggiavano in città. Rahgozar è in pericolo a causa della collaborazione con l’Italia, ergo con l’Occidente: “Le famiglie di chi ha collaborato a vario titolo con le missioni straniere sono già scappate abbandonando le loro abitazioni. I miei parenti diretti hanno fatto ritorno nei villaggi montani del distretto di Koshk, dove sono le nostre origini, ma io non posso tornare lì. Per il bene della mia famiglia dobbiamo andarcene da questo Paese il prima possibile. Devo portare la famiglia a Kabul, anche se non sarà facile: l’aeroporto di Herat è controllato dai Talebani, dovrei reperire un veicolo per attraversare il Paese, è rischioso, ma è l’unica opzione”.

Il giorno che i Talebani hanno rotto la resistenza dell’esercito e della polizia afghani “ho preso moglie e figli e li ho portati in una zona a ridosso della città, al sicuro, in attesa di potermi meglio organizzare”, racconta Rahgozar. “Non pensavo che la resistenza anti-Talebana si liquefacesse così in fretta. Adesso abbiamo trovato ospitalità a casa di mio suocero. Nessuno di noi mette il naso fuori di casa, se mi dovessero fermare per un controllo sarebbe la fine. Le mie origini sono evidenti, non avrei scampo. Gli islamisti dicono che non faranno del male a nessuno, ma io non mi fido. Le informazioni girano e le loro violenze su larghe parti della popolazione si moltiplicano. Mi risultano uccisioni in vari distretti del Paese, alla fine torneranno a comportarsi come alla fine del secolo scorso, io non mi fido, non mi posso fidare. Non posso permettere che i miei figli crescano in un Paese governato da gente del genere. Per questo torno a implorare l’aiuto delle autorità italiane, vi prego, tirateci fuori da questo inferno”.

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