“È una sentenza storica, la soddisfazione è veramente grande”. Può dirlo forte Aurora Meloni, tra le cinque promotrici (come parte civile) del Processo Condor, iniziato nel 1999 e conclusosi definitivamente lo scorso 9 luglio. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne all’ergastolo per omicidio plurimo nei confronti di 14 ex ufficiali, esponenti delle giunte militari e dei Servizi di sicurezza di varie dittature latinoamericane degli Anni 70 e 80.

Erano gli anni del Piano Condor, fabbricato con la benedizione della Cia e degli Stati Uniti per eliminare fisicamente gli oppositori dei regimi sudamericani, nella regione che Washington considerava il proprio ‘cortile di casa’. Torture, omicidi, desaparecidos. Una storia che Aurora Meloni, italiana nata in Uruguay (il padre era originario del Parmense, oggi vive a Milano da molti anni), ha vissuto sulla propria pelle. Il suo primo marito, 23enne, venne prelevato da un appartamento di Buenos Aires e fatto sparire da un commando armato di poliziotti uruguaiani in borghese. Lei ritrovò i resti del marito e di altri due ragazzi, un mese dopo, a 150 chilometri dalla capitale argentina.

Oggi Aurora Meloni, intervistata da ilfattoquotidiano.it, festeggia la sentenza del giudice di legittimità: “Aspettavo giustizia da 47 anni”. Con già un’importante conseguenza: il giorno dopo la lettura del dispositivo i Ros dei Carabinieri hanno arrestato a Battipaglia (Salerno) il 72enne Jorge Nestor Troccoli, l’unico attualmente residente in Italia tra i condannati. L’ex militare di spicco dell’intelligence uruguaiana si trova ora detenuto nel carcere di Fuorni, nel Salernitano.

Partiamo dall’Uruguay dei primi Anni 70.
Ero una studentessa impegnata a sinistra contro la ‘dictablanda’ di Jorge Pacheco Areco che inaugurò una stagione di repressione sanguinaria, censura e torture, prima ancora della dittatura. Lasciai il mio Paese nel dicembre del ’72, raggiungendo con mio marito Daniel Banfi e le due figlie piccole Buenos Aires. Pochi mesi dopo, il 27 giugno ’73, ci fu il golpe di Juan Maria Bordaberry che sancì l’inizio della dittatura militare in Uruguay.

Nella capitale argentina era un pullulare di esuli e oppositori politici.
Era pieno di brasiliani, boliviani, uruguaiani, paraguaiani e cileni. Ad aprire il ciclo delle dittature militari era stato il Brasile, seguito immediatamente dalla Bolivia. L’11 settembre ’73 poi ci fu il golpe di Pinochet in Cile.

La data che segnò per sempre la sua vita però è il 13 settembre 1974.
Quella notte, alle tre, un gruppo di uomini in borghese diretto dal commissario di polizia uruguaiano Hector Campos Hermida, con l’appoggio della polizia argentina, fece irruzione mitra in pugno nel nostro appartamento, prelevando mio marito e altri due ragazzi. Nella stessa operazione vennero sequestrate altre due persone. Se non fosse stato per un contadino, non avrei ritrovato i resti di mio marito e di altri due ragazzi, un mese dopo, a 150 chilometri da Buenos Aires.

Delle migliaia di desaparecidos, di cui 196 uruguaiani, i familiari non hanno mai avuto notizie.
Io invece ho ritrovato il cadavere di mio marito e per questo ho denunciato l’assassinio.

Il Processo Condor, infatti, è stato celebrato in Italia perché le vittime avevano la cittadinanza italiana.
Fino al 2006, poi è stato integrato contemplando anche vittime non italiane, dal momento che Troccoli è cittadino italiano. Non abbiamo mollato un minuto in tutti questi anni per arrivare a questo risultato, insieme agli avvocati e al procuratore Giancarlo Capaldo, che ringrazio per la loro generosità commovente.

Quali emozioni ha provato dopo la lettura della sentenza definitiva?
Mi sono sentita veramente libera. È una sentenza storica, anche dal punto di vista giuridico. Nel 2017, infatti, quando la Corte d’Assise si è espressa in primo grado, la tortura non era ancora un reato in Italia. Inoltre questa sentenza dà la linea anche ai giudici latinoamericani.

Cosa significa questa sentenza?
Che l’impunità non è eterna. La giustizia prima o poi arriva.

Ha festeggiato?
Sì, ho bevuto un buon vino rosso.

Come faceva insieme al suo amico Eduardo Galeano. Rispetto a Le vene aperte di 50 anni fa, quanto è cambiato in America Latina?
Molte cose, ma ancora oggi spesso si vedono situazioni di repressione fortissima. Basta pensare al Cile che si è sollevato un anno e mezzo fa o alla Colombia di questi mesi. Siamo un continente ricchissimo con interessi economici stranieri. E ciò lo paghiamo duramente.

Ora cosa farà? La sua missione è finita?
Per niente. Bisogna lottare perché molti desaparecidos non siano più tali e si sappia che sono stati uccisi, da chi e dove sono stati sotterrati. Poi ho deciso di contribuire alla memoria in America Latina. E questo non vuol dire parlare solo di 50 anni fa, perché la memoria la costruiamo tutti i giorni. Quindi io continuerò.

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