È il 19 maggio 1992, vigilia della partita più importante nella storia della Sampdoria e dei suoi due calciatori più rappresentativi, Roberto Mancini e Gianluca Vialli. Il giorno dopo a Wembley c’è la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona. Il club genovese trascinato dai gemelli del gol ha vinto l’anno prima lo scudetto e via via ha eliminato tutte le avversarie europee che si sono presentate davanti. Il Barcellona alloggia in un hotel fuori città, mentre la società doriana ha deciso di andare in ritiro in zona centrale. Vujadin Boskov, che una finale l’ha già giocata e già persa quando allenava il Real Madrid, fiuta l’aria che tira.

Vuja è un fine psicologo, un maestro che sa smorzare la tensione. Vede i ragazzi troppo nervosi e li porta a fare una passeggiata. A pochi minuti c’è Hyde Park. Ma la carovana in tuta e scarpe da ginnastica sembra a un funerale. Gli italiani che a Londra incrociano i ragazzi durante la camminata non possono infatti non notare che si tratti di tristezza, oltre che di tensione. Fausto Pari, il mediano che corre anche per gli altri, ha gli occhi arrossati. Sa che sarà venduto al Napoli. Vialli e Mancini, intesa assoluta in campo e fuori, i due veri campioni della squadra con già allora quasi tutte le virtù dei leader, hanno un muso che tocca il Serpentine Lake, il laghetto artificiale dell’area verde londinese. Vialli qualche settimana prima aveva rilasciato un’intervista, in cui poneva dei dubbi sul lavoro della società doriana, dimostrandosi preoccupato per il futuro. Al presidente Paolo Mantovani, che quella squadra l’aveva assemblata con soldi e competenza, mentre era all’estero a curarsi i guai al cuore, arrivò un fax. In bianco e nero, ma riconobbe subito che il foglio originale doveva essere di color rosa Gazzetta. Lesse e agì d’istinto, come spesso gli capitava. Fece il numero di Boniperti, che Vialli lo voleva da tempo alla Juventus.

Mantovani, probabilmente l’uomo più importante nella storia blucerchiata, forse sbagliò le tempistiche. Non si vende Vialli, a poche settimane dalla finale di Coppa dei Campioni. Questa è una squadra fondata su un feeling sincero tra i compagni. Un sentimento che si nota anche nella Nazionale italiana che si appresta domenica a giocarsi l’Europeo proprio a Wembley, stadio che nel frattempo è cambiato senza perdere la magia che sempre lo ha contraddistinto. Il commissario tecnico Mancini, scelto dalla Federazione nel 2018 dopo il fallimento della gestione precedente che ha portato alla mancata qualificazione del mondiale russo, si è scelto nel suo staff tutti uomini di fiducia. Attilio Lombardo e Giulio Nuciari erano nel 1992 a Wembley con lui e Vialli, che mesi fa ha accettato l’incarico di capo delegazione della Nazionale. Altri sampdoriani nel gruppo sono Fausto Salsano, Alberico Evani e Massimo Battara.

I giornalisti genovesi di chiara fede blucerchiata Marco Ansaldo e Renzo Parodi hanno pubblicato qualche settimana fa per Il Canneto Editore il libro “Il bacio al pallone” nel quale riescono a raccontare perfettamente lo spirito vincente di Mancini e Vialli dallo scudetto della Sampdoria alla Nazionale. Durante la finale di coppa di 29 anni fa Vialli ha sbagliato gol che di solito non sbagliava. È costretto addirittura ad uscire per crampi, lui che col passare dei minuti era solito cogliere i suoi marcatori in difficoltà. Non è chiaramente il Gianluca che tutta l’Italia ha imparato a conoscere. Ma neanche gli altri girano come al solito, nemmeno Roberto Mancini che gioca davvero una brutta gara. La squadra che hanno di fronte è il Dream Team di Johan Cruijff con Stoichkov, Laudrup e Guardiola. Malgrado tutto però le due formazioni si fermano sullo 0-0, fino a quasi alla conclusione del secondo tempo supplementare. Quando su una punizione, molto contestata dai doriani, Ronald Koeman trafigge Pagliuca con un tiro potentissimo. Gli stati d’animo tra i giocatori in campo non possono che essere più diversi. È la prima Coppa dei Campioni del Barca. I vincitori sanno che si può aprire un ciclo lunghissimo che da Cruijff infatti arriverà a Guardiola, in campo a Wembley col numero 10. Gli sconfitti invece piangono, anche di rabbia, perché sanno che occasioni del genere non capiteranno mai più a squadre come la Sampdoria. La favola finisce qui. Per alzare quella coppa bisogna andarsene. Vialli, Vierchowod e Lombardo ci riusciranno a Roma quattro anni dopo con la Juventus di Lippi. Mancini e gli altri no.

Per Wembley erano partiti 30mila tifosi doriani, un esodo da record per la città ligure. Tra questi, presente in tribuna come tifoso semplice, anche Alviero Chiorri, il marziano. Talento spropositato, che a detta degli allenatori che lo hanno avuto, ha reso molto meno di quanto avrebbe potuto. Ma l’Alviero, che aveva appena deciso di smettere col calcio anche a causa di un momento psicologico complicato, è il simbolo della prima Sampdoria di Mantovani. È stato lui la prima promessa di felicità. Non mantenuta. A Wembley nel 1992 c’è solo sofferenza. Il traffico aereo verso Genova al ritorno è tale che molti rimangono beffardamente bloccati per ore a Londra. Gente che ancora oggi tiene in qualche scaffale di casa una Vhs con quei maledetti 120 minuti, ma che ha fatto in tempo a vedere il proprio videoregistratore diventare un apparecchio in disuso, senza averla mai guardata. Per i sampdoriani Wembley è una fitta al cuore. Questa Nazionale italiana con un dna oggi più doriano probabilmente dello stesso club presieduto da Ferrero proverà domenica a vendicare quella sconfitta. Gli italiani che tifano la Nazionale, moltissimi perché questa squadra ispira simpatia proprio come la Sampdoria di allora che era molto amata, sperano nella vittoria dopo cinquantatré anni di un Europeo. Il popolo doriano si augura anche di vedere sul prato di Wembley un abbraccio tra gli amici di sempre Vialli e Mancini. E se per i due ci saranno lacrime, che questa volta siano di felicità.

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