Il 3 luglio 1971 se ne andava a 27 anni James Douglas Morrison, per tutti Jim. Frontman e poeta dei Doors, voce di un’intera generazione. Un’icona abbracciata al suo tempo al punto da diventare immortale e cambiare la musica al pari di Mozart, dei Beatles o di Nina Simone. Ma come si fa a raccontare una figura così? Probabilmente è impossibile, e allora forse è meglio tratteggiarla soltanto. Con tre piccoli scatti, come polaroid, per provare a riviverlo un po’.

Come nasce uno sciamano – 1947 o 1948. Suppergiù

C’è ancora un’aria fresca, ma già il sole si sta alzando mentre un’auto mangia la strada che pare una biscia scura tra la sabbia rossa del deserto. È una di quelle macchine con cui il vecchio Henry Ford ha fatto camminare mezza America e a bordo c’è tutta una famiglia. Anche un bambino di quattro o cinque anni, che ha il viso assonnato e la testa che pare un fiore al vento quando sente i freni urlare. Un autocarro con a bordo un gruppo di indiani Navajo ha fatto un brutto incidente proprio davanti a loro e adesso per strada se ne stanno sparpagliati dei corpi sanguinanti. È così che per il piccolo James arriva il primo assaggio di morte. O almeno è così che amava raccontare. Quel giorno, tra la carne martoriata, però, c’era anche un vecchio sciamano e Morrison si è convinto che lo spirito di quello stregone gli sia entrato in corpo, indirizzando per sempre la sua vita… È bello credere alle favole e anche alle menzogne, ma certe storie suonano così stupide… A segnare Jim non è stato nessuno stregone, piuttosto quell’infanzia da ramingo, senza un ciottolo da chiamare casa e con amicizie sciolte a ogni trasloco. Tutta “colpa” di suo padre, ammiraglio della marina trasferito di anno in anno da un costa all’altra degli Stati Uniti. Un uomo algido, con cui James faticava persino a parlare e con cui non scambierà più neppure uno sguardo dal 1964, quando – a 21 anni – si trasferirà a Los Angeles per studiare cinema alla UCLA. Più che alle immagini, tuttavia, il cuore di Morrison era promesso alle parole. A quelle che ardevano nei romanzi di Jack Kerouac e nelle poesie dei francesi maledetti. A quelle che gli ronzavano in bocca, fino a fargli masticare una canzone. Un anno dopo il suo arrivo in California, salirà così per la prima volta su un palco. E lo farà quasi per gioco, tirato in mezzo da un compagno di studi che suonava il pianoforte e che portava un paio di occhialoni tondi. Il nome di quel tastierista era Ray Manzarek e la band fu introdotta come The Doors. Quando James cominciò a cantare in pochi sapevano del suo passato e c’era pure chi lo credeva orfano. Ma tutti, in quell’istante, si ricordarono dell’incidente, degli indiani e di quella storia che James amava raccontare e che d’un tratto non sembra più così stupida… perché di fronte a loro era appena apparso uno sciamano: lo sciamano del rock.

Tra lucertole e iguane – Autunno 1967

Per entrare serve la tessera. È la festa di inizio anno all’Università del Michigan e sono stati invitati a suonare i Doors, che hanno appena fatto il botto con l’omonimo album di debutto e hanno pure un vinile fresco di stampa. Si intitola Strange Days e sta azzannando le radio e le classifiche americane. Un gruppetto di ragazzi si fruga in tasca, ma non trova niente. Uno è più fortunato: “James Newell Osterberg Jr – Facoltà di Antropologia”. A dire il vero quella tessera è soltanto un vago ricordo, il giovane Osterberg ha abbandonato gli studi da un pezzo, ma nessuno se ne accorge. È fatta. La palestra è intrisa di fumo e di gente. Sul palco se ne sta Jim Morrison, fasciato da un paio di pantaloni in pelle, che sembra una lucertola. È completamente ubriaco, si muove poco e canta con un fastidioso falsetto. Il pubblico rumoreggia e chiede a gran voce Light my fire. Lui li insulta e manca un niente che lo lapidino. Può un tizio ubriaco cambiarti la vita? Sì, se si chiama Jim Morrison. Almeno secondo James Osterberg, che quella sera è tornato a casa con un nome e se n’è trovato subito uno nuovo, Iggy Pop, folgorato da quel tale che sembrava sfidare il pubblico con ogni suo gesto. Quello che sarà poi il leader degli Stooges, tuttavia, non è certo l’unico ad essersi lasciato attraversare dall’energia di Jim. Perché assistere a un concerto dei Doors in quegli anni era come iniettarsi una dose di “qui e ora”. Con le sue performance, infatti, Morrison trasmetteva il senso di un’epoca che probabilmente lui stesso faticava a sopportare. A un tratto provocatorio, a un tratto poetico, la sua era una liturgia che sprigionava quella sensualità che la società americana voleva a nascondere sotto al tappeto e che qui era invece pronta a detonare. Passando da esibizioni al limite dell’erotico a veri e propri comizi che si traducevano in risse, arresti, denunce e aggressioni alla polizia. Morrison però era molto di più. Impugnato il microfono si trasformava, la sua voce si faceva più cupa e il suo sguardo sembra fuggire. Come nell’ultima data europea dei Doors: il concerto dell’Isola di Wight, nell’agosto 1970, immerso in un’oscurità illuminata appena da una luce rossastra. E Jim immobile, come all’Università del Michigan. Questa volta, però, niente falsetto, ma una voce così intesa che poteva cambiarti la vita.

Continuare a invecchiare – 2 e 3 luglio 1971

“Che peccato invecchiare, Robert Mitchum non era niente male a trent’anni”, lo pensa una ragazza con i capelli rossi e il viso sottile mentre lo schermo proietta la scena finale di Notte senza fine. E Robert Mitchum non era niente male. Accanto a lei c’è il suo fidanzato, forse le cose non vanno benissimo di recente ma il soggiorno a Parigi li sta aiutando. Lui scrive e beve molto, lei ha altri demoni. Tutto sommato si amano. Usciti dal cinema vanno a mangiare in un ristorante cinese in rue Saint-Antoine. È squisito ed è ormai l’una di notte quando rientrano e ingannano un altro po’ il tempo prima di mettersi a dormire. Il sonno della ragazza è agitato, il suo fidanzato non sta bene. Non avrà digerito oppure sarà quella brutta tosse che si porta appresso da un po’. Lo aiuterà un bagno caldo, poi tornerà a letto. E intanto la ragazza chiude gli occhi e si addormenta. Quando li riapre è già mattina e la metà del letto accanto a lei è fredda e vuota. La morte di Jim Morrison fu constatata alle 11 di mattina del 3 luglio 1971. Il corpo esanime del cantante giaceva nella vasca da bagno dell’appartamento in Rue de Beautreillis che da qualche mese condivideva con Pamela Courson, la ragazza coi capelli rossi e il viso sottile che gli era stata accanto sin dagli inizi della sua avventura coi Doors. Nel referto ufficiale si parla di infarto, nulla più. Ma la mancata autopsia e alcune incongruenze nelle testimonianze hanno lasciato spazio a una serie infinita di congetture. C’è chi parla di overdose di eroina – non così impossibile dato che Pam tre anni più tardi andrà in contro proprio a questa morte – e chi è arrivato a scomodare la CIA, vedendo nella scomparsa a stretto giro di Brian Jones, Alan Wilson, Jimi Hendrix, Janis Joplin e appunto Morrison un piano del presidente Nixon per distruggere il movimento giovanile. Resta, però, un’altra ipotesi a cui è bello credere. Un’idea alimentata anche da Ray Manzarek secondo cui da tempo James Morrison fantasticava di inscenare la propria morte. Per rilanciare le vendite della band – un po’ in flessione nonostante la buona accoglienza riservata all’ultimo disco, L.A. Woman (1971) – e per andarsene in Africa come l’amato Arthur Rimbaud. Magari alle Seychelles, lasciando tutto per continuare a invecchiare.

Twitter: Ocram_Palomo

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