Il 20 aprile 2020 Antigone aveva depositato un esposto contro la polizia penitenziaria per tortura e percosse e contro i medici per omissione di referto, falso e favoreggiamento in relazione a presunti eventi accaduti il 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Un numero ingente di poliziotti penitenziari avrebbe usato gravi violenze contro alcuni detenuti del reparto Nilo, come ritorsione per la protesta del giorno precedente quando i detenuti avevano messo in atto una battitura delle sbarre per chiedere tutele sanitarie al diffondersi della notizia di un detenuto positivo al Covid. La denuncia ara arrivata ad Antigone da vari parenti di persone detenute che ci avevano contattato telefonicamente, via mail, via Facebook. Non si è trattato purtroppo del solo esposto per tortura e violenze presentato in quei giorni dalla nostra associazione. Si aggiungono infatti quelli relativi a presunti abusi avvenuti nelle carceri di Pavia, Melfi e Milano Opera.

A settembre i media diffusero l’esistenza di una registrazione effettuata dalle videocamere del carcere campano, nella quale si documentavano in maniera drammatica le violenze della polizia nei confronti di persone del tutto inermi. Nelle scorse ore è arrivata la lunga ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere dispone, su richiesta della Procura, misure cautelari per 52 persone indagate nell’inchiesta. Emerge dalle pagine dell’ordinanza il carattere premeditato e freddo della supposta ritorsione contro i detenuti. Emerge la brutalità delle violenze messe in atto. Emerge il senso di impunità e strafottenza nei confronti della legalità che i poliziotti ostentano nelle loro conversazioni.

Proprio ieri Antigone è stata chiamata in audizione presso la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del Parlamento Europeo a portare il proprio punto di vista sui problemi penitenziari. Una delle cose che abbiamo sottolineato è la necessità, che purtroppo una volta ancora si dimostra attuale, di un messaggio forte da parte delle istituzioni contro la violenza in carcere. Da un lato, la repressione giudiziaria; dall’altro, la prevenzione attraverso vari e diversificati strumenti: una seria e condivisa formazione del personale penitenziario sui diritti umani, la proibizione dell’uso di ogni arma (anche della pistola taser, che periodicamente torna nel dibattito italiano), la videosorveglianza, l’identificabilità dei poliziotti penitenziari.

L’Unione Europea potrebbe fare molto in questo senso. Eppure resiste una cultura che vuole considerare il potere punitivo come un potere eminentemente sovrano, come il cuore della forza del singolo Stato all’interno dei propri confini nazionali. Resiste una cultura che non vuole cedere parte di questo potere a una comunità più ampia come è quella europea. Resiste una cultura che guarda ai controlli sovranazionali in carcere come a indebite ingerenze.

Ma perché accade questo? A meno che la parte di potere che non si vuole cedere sia una parte illegale, a meno che non si tratti del potere di usare arbitrio nei luoghi della punizione, di usare forme punitive non codificate quali quelle della violenza fisica o psicologica, perché non vedere come un valore lo stabilirsi di standard condivisi e di controlli incrociati? Una cultura della reclusione come punizione mai contraria al senso di umanità e tesa alla reintegrazione sociale guarda con favore – come infatti è più volte emerso nell’audizione di ieri – alla possibilità che l’Unione Europea stabilisca standard di detenzione per gli Stati membri e strumenti di prevenzione della violenza. Allora sì che si potrà eventualmente parlare di mele marce.

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