La Chiesa ha tirato in ballo il Concordato per opporsi all’approvazione del ddl Zan da parte del Parlamento italiano. Al netto di chiacchiere, posizioni ideologiche e quant’altro, analizziamo lo stato dei fatti.

Lo facciamo partendo da un’inchiesta del 2013 condotta dal quotidiano inglese The Guardian e assai poco ripresa dai media nostrani. Secondo tale inchiesta, il Vaticano possiede un capitale immobiliare di dimensioni eccezionali tra Inghilterra e Francia (a cui va aggiunto quello sterminato in Italia). Ufficialmente intestato a una società off-shore (con gli annessi benefici fiscali, quindi), tale immenso patrimonio dovrebbe suscitare più di una domanda.

Per esempio, cosa se ne fa di questi palazzi – spesso affittati ad attività commerciali e finanziarie di altissimo livello (quindi con fatturati ragguardevoli) – lo Stato di quella Chiesa che proclama di fare della carità e della povertà la sua stessa ragione esistenziale? Cosa se ne fa, in generale, un’istituzione che da “statuto” dovrebbe occuparsi della cura delle anime per l’Aldilà? Ma d’accordo, evitiamo atteggiamenti ingenui, da quelle che Hegel chiamerebbe “anime belle”.

Concentriamoci sul secondo dato principale che emergeva dalla suddetta inchiesta. I soldi con cui la Chiesa aveva potuto costituire – per poi implementarlo – il proprio capitale finanziario è il frutto del denaro versato dallo Stato italiano nella persona di Benito Mussolini, grazie al primo Concordato firmato tra il Duce e la Chiesa proprio in quel 1929 in cui la terribile e funesta crisi economica gettava milioni di persone e famiglie nella miseria e nella fame.

Stiamo parlando dello stesso Stato che si era impegnato con tutte le forze (soprattutto straniere e violente) per impedire l’unificazione italiana, soprattutto allo scopo di mantenere sulla Penisola il potere temporale. Quello con cui, ancora alla fine dell’Ottocento, imponeva la servitù della gleba (a fare ciò era rimasta soltanto la Russia zarista…), privilegi giuridici ed economici per il clero, la pena di morte e l’esercizio dittatoriale del potere.

Per inciso, ancora oggi il Vaticano è forse l’unico stato occidentale a tutti gli effetti governato da un’oligarchia non eletta, che attua norme rigidissime per non far entrare immigrati e che non ha mai riconosciuto – in buona compagnia della Cina comunista – i diritti universali dell’uomo stipulati nel 1948. Ancora pochi anni addietro, sempre il Vaticano si opponeva alla mozione dell’Onu per far togliere la pena di morte nei confronti degli omosessuali da parte di quei paesi che ancora la prevedono.

Quel personaggio non proprio specchiato e innocente che rispondeva al nome di Mussolini, per puro opportunismo e per guadagnarsi l’appoggio di un’istituzione potente che si era alienata dalle vicende dello Stato italiano unificato, decise di ricompensare la Chiesa con la cifra spropositata di cui sopra, per risarcirla dalle perdite subite in seguito alla nascita del Regno d’Italia. Come ben sappiamo, non senza nobili eccezioni la stessa Chiesa fu piuttosto riconoscente con il regime fascista. La Storia racconta che a rinnovare il medesimo Concordato fu un altro politico non propriamente esemplare e limpido. Bettino Craxi, nel 1984. Nasceva con questo nuovo Concordato l’”otto per mille”, la parte di imposta dei redditi che gli italiani devoti potevano donare all’istituzione ecclesiastica in aggiunta ai finanziamenti statali.

Un bel libro pubblicato da Curzio Maltese nel 2008 – oltre a documentare le varie attività finanziarie non proprio limpide condotte dalla Chiesa – spiegava con dovizia di particolari come essa impiega cifre irrisorie dell’”otto per mille” per le attività caritatevoli e per il sostentamento dei poveri (La Questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani, Feltrinelli, Milano 2008, p. 151). Ho citato Mussolini e Craxi, ma sia chiaro che nessun governo ha mai avuto il coraggio di rimettere in discussione quello che già Gramsci chiamava – parlando del Concordato – una “capitolazione dello Stato moderno”.

I privilegi che esso stabiliva sono tutti ancora lì, fra cui quelli che vedono la Chiesa esentata dal pagare l’Imu sui propri beni immobiliari (anche quelli economicamente redditizi). Non li toccò il liberista Mario Monti, non l’allora segretario del Partito democratico Matteo Renzi, né lo hanno fatto gli ultimi governi capitanati dal Movimento 5 Stelle, che pure si era espresso con convinzione sull’intenzione di rimettere in discussione i privilegi di cui gode la Chiesa. Era prima di stravincere le elezioni.

Questi i fatti che ruotano attorno al famigerato Concordato. Per una volta svesto i panni da filosofo e lascio le considerazioni ai lettori. Mi pongo soltanto una domanda: ma la Chiesa, al netto di alcune sue posizioni dottrinali e filosofiche comprensibili (anche a me convince poco, per esempio, il radicalismo estremo con cui si vorrebbe imporre il concetto di “gender”, con ciò che esso implica), sulle quali il popolo italiano credo la ascolterebbe volentieri, perché proprio tirando in ballo il non certo edificante Concordato decide di opporsi all’approvazione di un decreto legge che comunque difenderebbe tante persone discriminate, emarginate, offese come lo è stato quel Cristo da cui la nostra religione riprende niente meno che il nome?

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