“Troppe cravatte sbagliate” cantava Paolo Conte nel descrivere le sue stelle del jazz. Maledetto, tossico, antidiluvianamente borderline è poi diventato nel cinema statunitense il jazz in Bird, Round Midnight o Born to be blue. Un’intricata trappola di equilibrio armonico del pensiero e della mente, insomma, che in Futura, di Lamberto Sanfelice (in sala con Adler) prende le sembianze di Louis (Niels Schneider), un ragazzotto che vorrebbe essere un trombettista, finalmente libero dall’ombra ingombrante del padre jazzista defunto, che però per sopravvivere fa il taxista/autista per una trans cilena spacciatrice di droga.

Lo sfondo è una scura Milano notturna contemporanea, eterea, spoglia e tatuata. Da un lato l’ipotesi casuale di ripulirsi e ricominciare a suonare davvero (con Niko – il sassofonista Stefano Di Battista); dall’altro il vortice della criminalità da cui è difficile uscire lindi come nulla fosse. E l’incubo è tutto interiore al protagonista. Per un cinema che si accontenta di un’esplorazione più psicologica ed evocativa che fisico-tattile, alla ricerca drammaturgica di una naturale nota in levare, di un mood musicale perfezionabile e in divenire sfrondato nella complessa catarsi di un’anima disillusa, tra camera car, controluce, ralenti, primi piani di Schneider e un sinistro Un Bel dì vedremo dalla Madama Butterfly. Ispirato, nella figura paterna del protagonista, alla storia autodistruttiva di un grande jazzista come Massimo Urbani. La tromba di Louis in realtà è di Enrico Rava e Flavio Boltro.

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