Anche in Italia sono segnalati casi di reinfezione da coronavirus in persone che avevano completato il ciclo vaccinale, ma si è trattato di casi lievi, che non hanno portato al ricovero. “Abbiamo rilevato una percentuale pari all’1-2% di reinfezioni dopo la seconda dose di vaccino Pfizer. Si tratta però di forme non gravi”, spiega all’Ansa il virologo Fabrizio Pregliasco dell’Università di Milano, svelando le stime del centro vaccinale all’Istituto Galeazzi, in mancanza al momento di dati ufficiali e statisticamente rilevanti.

“Abbiamo osservato che si tratta di una reinfezione molto più debole e senza complicanze, nella maggior parte dei casi dovuta alla variante Alfa, precedentemente denominata variante inglese. La reinfezione si è rilevata a distanza di 1-2 mesi dal completamento del ciclo vaccinale”, sottolinea Pregliasco parlando all’Ansa. Nei giorni scorsi, inoltre, “è stato rilevato anche un caso di reinfezione post vaccino da variante Delta (indiana) in Lombardia”: è uno dei positivi emersi dal focolaio individuato nella palestra Virgin di Città Studi.

“Il dato positivo – aggiunge il virologo – è che comunque le reinfezioni sono lievi, quindi ciò indica una efficacia del vaccino nel mitigare l’impatto della reinfezione stessa”. Questo dato, secondo Pregliasco, dimostra dunque che “nonostante il possibile margine di reinfezioni, l’efficacia del vaccino c’è e l’obiettivo è comunque quello di evitare la malattia grave“. Anche rispetto alla variante Delta, il primo studio pubblicato su The Lancet ci dice che i vaccini offrono una protezione del 79% (Pfizer) e del 60% (AstraZeneca). Inoltre, i dati inglesi mostrano che dopo la seconda dose in oltre il 90% dei casi si evita l’ospedalizzazione.

La conclusione, commenta Pregliasco, è che il “vaccino serve, pur considerando questa parziale inefficacia rispetto ad alcune reinfezioni, e ciò per ridurre quello che può essere il colpo di coda futuro alla luce della eventuale insorgenza e diffusione in Italia, molto probabile, della variante Delta. E questo perché il vaccino è l’unica possibilità per impedire un impatto pesante dal punto di vista clinico sulle strutture ospedaliere. L’importante, da un punto di vista di sanità pubblica, è, infatti, innanzitutto evitare i casi gravi“. Rispetto alle varianti, conclude il virologo, “si rende comunque ora fondamentale una terza vaccinazione con vaccini aggiornati contro le mutazioni, da effettuarsi entro il 2022“.

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