Estate ’85 di François Ozon è la miglior uscita in sala di questa ritrovata apertura dei cinema italiani. E sarebbe anche un’ottima proposta in tempi “normali” di visioni su grande schermo. Un cinema così dannatamente denso e sinuoso, formalmente ineccepibile, vissuto palpitante e caldo dentro la dimensione cromatica e pastosa di una pellicola Super 16 per ricostruire un’estate, appunto, di metà anni ottanta in riva al mare senza bomboloni e sapori di sale, mentre la vulgata generale è quella di adattare disinvoltamente i pixel riscaldati artificiosamente del digitale. Questione di frontiera stilistica, si dirà, ma Estate ’85 è letteralmente un altro mondo e un altro tempo.

Quello “delle mele” (roba loro, ovvio) sfumato con un nemmeno tanto rapido omaggio cinefilo citazionista in discoteca tra i due protagonisti (loro citano senza puzza sotto al naso il commerciale, segnatevelo) quando il diciottenne David (Benjamin Voisin) appoggia sulle orecchie del sedicenne Alex (Felix Lefebvre) le cuffie del walkmann per farlo uscire dal rimbombo comunque soft della disco per catapultarlo verso un pezzo lento che gira al ritmo dei battiti di un cuore innamorato e selvaggio. Ozon è un regista di un talento filmico straordinario, perché oltre alle tematiche forti su cui si infila anima, corpo e cinecamera, qui un racconto di formazione (che poi spieghiamo) molto autenticamente eros e straziante thanatos, riesce a racchiudere all’interno di alcune singole perfette sequenze quella capacità di narrare attraverso la macchina da presa, senza la necessità di far parlare. Dicevamo della sequenza della discoteca, ma prendiamo un’altra. Quella introduttiva dove si va a raccogliere il protagonista con una gru (un dolly, mmmhh) in campo lungo sul mare, si indietreggia verso riva, poi rapida carrellata sul soggetto che a sua volta accompagna il movimento di macchina verso la strada in alto sui contrafforti di uno splendido squarcio marittimo della Normandia. È lì, infine, senza un vero e proprio stacco che si presenta il cuore del discorso su cui ruoterà attorno la storia di Estate 85: Alex solitario lasciato in fretta dall’amico atteso da una bella ragazza. Il segno lieve della diversità del protagonista che poi poeticamente, come fosse un istante di cinema d’avventura va a farsi un giro in mare sulla barchetta, si addormenta, arriva il temporale, la barchetta si ribalta e passa di lì per caso l’aitante e sognato David a salvarlo.

Dicevamo del racconto di formazione, questa crescita adolescenziale attraverso il sentimento travolgente, carnale, intenso che però va filtrato da questa strana attrazione verso la morte che i due ragazzi si promettono (“se muoio ballerai sulla mia tomba”) che inalbera foschi presagi come fossimo in una pagina foscolian-goethiana. Infatti, poi, si capisce che il climax sarà proprio lì, in quell’appuntamento ostinato e cercato con la morte (la velocità in moto che David “non percepisce”). E se questo non bastasse per dire che il magnete sta in quel gorgo nefasto dopo tanto mulinare di lingue e corpi, la narrazione doppia è proprio punteggiata dagli inserti a posteriori rispetto al rapporto in costruzione tra David e Alex (il primo lo fa entrare in casa a conoscere la madre – Valeria Bruni Tedeschi – e lo prende come aiutante nel negozio di articoli nautici del padre morto), dove Alex è sotto osservazione dei servizi sociali (bordone narrativo ahinoi francamente un po’ spompato) quindi colpevole anche solo moralmente di qualcosa. Estate 85 vive rigoglioso comunque dentro al turbine di una passione fatta di tshirt con le maniche corte arrotolate sul bicipite e jeans maschili a vita altissima, di labbra ferite curate con batuffoli inebrianti di disinfettante, di sguardi (soprattutto di David) che rapiscono Alex e lo spettatore, fiera di una bellezza assoluta acerba ma già in trasformazione adulta, ancorata ad una tonalità di colore arancio-rosso-giallo-rosa che è già segno evidente oltre la storia per leggere l’emozionalità dell’approccio autoriale di Ozon. Girato a Le Treport nella Seine Maritime e tratto da Danza sulla mia tomba di Aidan Chambers (Rizzoli), sorta di pre Aciman di Chiamami col tuo nome più incentrato sulla totalizzante narrazione in soggettiva di Alex.

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