Ci sono post che non vorresti mai scrivere. In questo caso, probabilmente, proprio non dovresti scriverlo, perché sai già che attirerai polemiche, ferirai delle sensibilità, smuoverai tutta una serie di giudizi negativi sulla tua persona. Sennonché, il filosofo è chiamato a dire quello che pensa (come anche a pensare a ciò che dice), mettendo il messaggio pedagogico di cui intende farsi portatore al di sopra di qualunque altro criterio.

È questo il caso. Perché da filosofo, o se si preferisce da studioso di filosofia, noto il diffondersi sempre più pervasivo di un “moralismo” lezioso e sterile al tempo stesso, spacciato per “politicamente corretto” ma in realtà lesivo del buon senso comune. Per spiegarlo parto da una considerazione di Nietzsche, il quale scriveva che chi non può dare il cattivo esempio si rifugia nella morale. Detto in altri termini: chi, per qualsivoglia ragione, non riesce a esprimere la propria volontà di potenza innalza una barriera moralistica per impedire a coloro che invece ci riescono di metterla in atto.

Certo, il filosofo tedesco si definiva fieramente un “immoralista”, tanto da non poter essere preso a parametro attendibile della distinzione fra bene e male (distinzione che lui stesso rifiutava). Però anche in questo caso, e al netto del limite sostanziale evidenziato, ci aveva visto lungo. Sì, perché oggi noto una ormai insostenibile ipertrofia di moralismo. Sono soprattutto i media, e con loro alcuni intellettuali di riferimento, a non perdere occasione per evidenziare delle “vittime” a cui contrapporre i cattivi e gli insensibili di turno. Questo moralismo si traduce nella quasi impossibilità di esprimere un pensiero proprio e argomentato – ovviamente “forte” – senza urtare la sensibilità di qualcuno.

A fronte di perduranti guerre drammatiche e, esse sì, immorali (penso al conflitto israelo-palestinese); oppure di forme di razzismo sostanziale (contro gli immigrati, ma anche contro gli africani verso cui per esempio l’Ue attua ogni strategia pur di confinarli nelle situazioni spesso drammatiche dei rispettivi paesi); oppure ancora a fronte di diritti politici e sociali calpestati, con un tasso di disuguaglianza sociale che ha raggiunto livelli vergognosi, con giovani operai che muoiono sul lavoro, con una società gerontocratica che mortifica il merito e premia i soliti privilegiati, con una politica genuflessa all’alta finanza e ormai composta da figure inadeguate e incapaci, quando non corrotte.

Ebbene, a fronte di tutto questo – cui aggiungerei l’indifferenza nei confronti di un pianeta che fatica sempre più a tollerare i ritmi forsennati imposti da un capitalismo ormai incontrollabile – a leggere i giornali e le riviste sembra che nel nostro Paese vi sia un impegno intellettuale rivolto soltanto verso determinate questioni. Per la precisione queste: cogliere e denunciare ogni sfumatura di discorso che possa anche solo apparire misogina, omofoba, di dileggio per la costituzione fisica di Tizio o Caio e, più in generale, che possa urtare la sensibilità di determinate categorie umane come i transgender, i vegani, i grassottelli e Dio solo sa che altro.

Dicevo, un post che non avrei mai voluto scrivere. Perché, da persona di sinistra quale testardamente mi considero (scrivo “testardamente” perché è proprio la vera sinistra che non vedo più), tutte le questioni di cui sopra (misoginia, omofobia, rispetto delle differenze e disabilità in genere) fanno parte del Dna ideologico di cui mi sento portatore. Tuttavia, mi rendo conto che oggi si è superato il limite del buonsenso, con un concentrarsi sospetto soltanto sulle suddette questioni culturali, mentre si è abbandonata quasi completamente la lotta per i diritti sociali.

Mi insospettisce non poco, infatti, l’affermarsi con la complicità dei grandi media di una pedagogia deviata, volta a produrre un esercito di “nerd” moralisti destinati alla peggiore delle sconfitte: quella esistenziale. Dietro a questa pedagogia – che, lo ripeto, viene sostenuta fanaticamente dai mass media e da alcuni intellettuali del mainstream culturale, con tornaconto esclusivamente personale in termini di visibilità e consenso – intravedo un messaggio subliminale oltremodo pericoloso, che in qualche modo recita così: “Nasconditi dietro a un moralismo facile tanto quanto sterile, piuttosto che lottare a tutti i livelli (personale, politico, sociale) per migliorare fattivamente la tua condizione privata e quella del popolo in generale”.

Una pedagogia, sì, cioè l’affermazione di un senso comune funzionale al potere capitalistico che, in questo modo, estirpa il concetto stesso della “lotta” per sostituirlo con la cultura del piagnisteo imbelle. Quello con cui si vendono libri, si ottengono follower e like, si aumenta la propria visibilità e si viene accolti nei circoli intellettuali che contano. Ma non si fa nulla, assolutamente nulla, per combattere le drammatiche ingiustizie di questo tempo infame e sciagurato, preparando piuttosto il terreno per il clamoroso trionfo delle destre e – in Italia – di politici come Salvini e Meloni.

Qualcuno doveva pur dirle queste cose. Ho provato a farlo io.

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