“Non mi avranno mai né morto né vivo”. Sono le parole pronunciate da Sergio Flamigni, 95 anni, scrittore, politico e soprattutto partigiano, di fronte a un compagno che gli annuncia che i fascisti gli stanno dando la caccia. La sua è una delle 180 nuove testimonianze che arricchiscono il Memoriale della Resistenza italiana, su noipartigiani.it, promosso dall’Associazione nazionale partigiani grazie al lavoro di raccolta condotto e coordinato da Gad Lerner e di Laura Gnocchi. In occasione della Festa della Repubblica, l’Anpi ha scelto di presentare una nuova carrellata di volti e voci tra cui la staffetta sinti Erasma Vincenzina Pevarello, il regista Giuliano Montaldo e Flamigni, appunto. “Sono figlio di un operaio specializzato – racconta l’ex parlamentare – che venne arrestato nel 1935 insieme a tutti i dirigenti del Partito Comunista. Mia madre, Fannì, venne ricoverata in un sanatorio mentre noi eravamo in un collegio a causa dell’arresto di mio padre”.

I contatti di Flamigni con la Resistenza iniziano presto: “Il 22 ottobre 1925, il giorno in cui compivo 18 anni, si tenne a Forlì una specie di congresso: avveniva l’incontro tra più generazioni di comunisti, ritornavano i confinati che si incontravano con i vecchi compagni che avevano tenuto accesa la fiamma del partito. In questa riunione provinciale determinarono la via da seguire per avviare la Resistenza”. Lo scrittore romagnolo si trovò giovanissimo a fare la sua scelta: “Dirigevo un gruppo clandestino giovanile antifascista formato da operai e studenti ed ero in contatto con i dirigenti del partito. La nostra è stata una Resistenza di massa a seguito di grandi scioperi”. I ricordi vanno al 10 ottobre 1944: “Quando abbiamo ammazzato il segretario dei fascisti persero la testa e pretesero il blocco di ogni mezzo, persino le biciclette impedendoci di andare a lavorare”.

Sono passati più di cinquant’anni ma Flamigni ricorda come se fosse ieri un giorno di fine marzo del 1944 quando vennero fucilati cinque giovani: “I residenti vicini alla caserma erano andati sui tetti a vedere quello che avveniva nel cortile. Il plotone d’esecuzione doveva sparare perché il generale Boscazzi lo aveva deciso. Un uomo che era sui tetti vide due fratelli che si abbracciarono prima di essere fucilati. Il plotone sparò alle gambe dei cinque ragazzi: gli uomini caddero uno sopra l’altro ma il generale ordinò ad un ufficiale di finire i cinque uomini”.

A raccontare la sua storia è anche Giuliano Montaldo, uno dei registi che hanno fatto la storia del cinema, autore di L’Agnese va a morire, con l’attrice Ingrid Thulin: “E’ stato il primo film dedicato alle staffette partigiane”. E’ Montaldo a raccontare un retroscena: “Ho scelto un’attrice svedese perché quelle italiane erano tutte o di Roma o del Sud; come facevo a far fare loro la parte della ragazza romagnola?”. La Resistenza del regista è legata ai Gruppi armati partigiani: “A 14 anni, nel 1944, sono entrato a far parte del Gap e feci diverse operazioni. Ero incosciente. Mio padre venne a cercarmi ma fu orgoglioso di quella mia scelta”. Il regista genovese nel filmato manda anche un messaggio ai giovani: “Oggi dialogano solo attraverso il computer. Non ci sono più gruppi che hanno la forza del cambiamento. Ti immagini Togliatti, Nenni in televisione che si insultano? Di questo mondo così com’è sono stanco. Spesso sogno Enrico Berlinguer: un campione della politica. Onesto, pulito”.

E a proposito di donne che si diedero da fare per la Resistenza, nelle nuove storie, ce n’è una molto singolare: è quella di Erasma Pevarello. Tutta la sua famiglia, appartenente alla comunità sinti, ha fatto parte dei partigiani: suo fratello, i suoi cugini e suo marito finito in carcere a Padova, mai più tornato a casa. Il suo compito è stato quello di andare a portare dei bigliettini, di cui non sapeva il contenuto, in un paese: “Un giorno uno di questi uomini mi ringraziò perché avevamo salvato tanta gente. In quei momenti ho avuto parecchia paura: ero giovane ma non stupida; pensavo che mi davano qualcosa che poteva mettermi in pericolo. Durante la Resistenza sognavo la fine, il divertimento con la mia gente. Noi sinti la guerra non l’abbiamo mai voluta”. La memoria della donna va al giorno della Liberazione: ”Il 25 aprile abbiamo sentito le campane. Finalmente eravamo liberi”.

Ora sono in corso di lavorazione altre 200 interviste già registrate, che verranno messe online il 25 luglio, anniversario della caduta di Benito Mussolini. Nella piattaforma confluiranno inoltre contributi realizzati in precedenza, fino a superare il numero di 500 interviste. “Questo memoriale – spiega il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo – rende permanenti i tanti motivi della scelta partigiana: un mondo di ragioni e di emozioni, di bisogni elementari e di sogni di cambiamento, in sostanza di riconquista del senso della vita da parte di una nuova generazione in rivolta. Oggi, 2 giugno, una nuova tranche di interviste, perché furono loro, partigiane e partigiani, ad indicare la strada che portò alla Repubblica. Un’altra il 25 luglio, il giorno della caduta di Mussolini. La libertà, la liberazione, la democrazia non sono mai conquistate una volta per sempre. La memoria dei ragazzi di quel tempo è uno strumento formidabile per la formazione civile dei ragazzi di oggi”.

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