Continuano ad andarsene dall’Italia perché essere laureati non offre maggiori possibilità d’impiego rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore. Cosa che invece non avviene in area Ocse, dove tanti dei nostri expat cercano la realizzazione alle proprie aspirazioni. I dati diffusi dalla Corte dei Conti nel Rapporto sul sistema universitario 2021 evidenziano una persistente e costante emorragia degli italiani laureati: rispetto al 2013 sono aumentati del 41,8% quelli che se ne vanno e cercano fortuna all’estero a causa di limitate prospettive occupazionali e mancanza di un’adeguata remunerazione.

Durante l’ultimo decennio, sottolinea il rapporto, la quota dei giovani con una laurea è aumentata costantemente, ma resta comunque inferiore rispetto agli altri Paesi Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico conta 36 paesi membri: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica di Corea, Repubblica Slovacca, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria). Un fenomeno “riconducibile sia alle persistenti difficoltà di entrata nel mercato del lavoro sia al fatto che la laurea non offre, come in area Ocse, possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore”.

Il documento della Corte dei Conti approfondisce finanziamento, composizione, modalità di erogazione della didattica, offerta formativa e ranking delle università italiane (98 atenei di cui 67 statali, che comprendono 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione, nonché 31 Università non statali, di cui 11 telematiche), ricordando che l’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha fatto emergere giudizi di qualità elevati in prevalenza per le università del Nord del Paese rispetto a quelle del Sud e criticità per le telematiche.

Università poco accessibile ai meno abbienti – Nell’osservare il mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi, la Corte dei conti attribuisce la circostanza, “oltre che a fattori culturali e sociali, al fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti”. E su questo un aspetto, ancora a detta della magistratura contabile, è necessaria “un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco”.

“Mancano laureati in discipline Stem” – Il referto della Corte dei conti evidenzia inoltre profili di criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia con particolare attenzione a quella del settore università: “Nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea”, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici in seno ai suddetti organismi, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione“. Risultano, poi, ancora poco sviluppati i programmi di istruzione e formazione professionale, le lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti e ingegneria, “e mancano i laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione”.

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