In Italia gli occupati con un lavoro precario, involontario e con forte disagio salariale sono oltre 5 milioni. Sono loro, insieme ai 2,5 milioni di disoccupati e ai lavoratori in cassa integrazione, a pagare i costi più alti della crisi Covid poiché meno tutelati dagli ammortizzatori sociali. I dati emergono dal rapporto ‘La precarietà occupazionale e il disagio salariale’ della Fondazione Di Vittorio secondo cui, come conseguenza della discontinuità occupazionale, questi 5,2 milioni di occupati hanno un salario medio molto basso, al di sotto dei 10mila euro annui.

L’occupazione precaria, mostra il ricercatore Nicolò Giangrande che firma il rapporto, è aumentata costantemente tra 2009 e 2019 per poi calare drasticamente nel 2020, mentre gli occupati permanenti sono cresciuti molto meno. Indicativi i dati Istat: Giangrande riporta sia quelli calcolati con la vecchia metodologia di rilevazione, che individuava come occupati i dipendenti assenti dal lavoro perché in cassa se durante l’assenza avevano continuato a percepire almeno il 50% della retribuzione, sia con la nuova metodologia che non considera più come occupati i dipendenti assenti dal lavoro e gli indipendenti con attività sospesa per un periodo di più di tre mesi.

Tra il 2008 e il 2020, gli occupati dipendenti permanenti sono cresciuti di 155mila unità con la vecchia metodologia e di 15mila con la nuova mentre quelli a termine sono aumentati di 415mila unità con la vecchia e 413 mila con la nuova. Quindi, l’aumento degli occupati dipendenti totali è stato determinato in maggior misura dalla crescita di quelli a termine che rappresentano il 72,8% con la vecchia metodologia e il 96,4% dell’incremento complessivo con la nuova. Il risultato è che tra il 2008 e il 2020 l’area della precarietà occupazionale è passata da 2,3 milioni a 2,7 milioni (+390mila unità, +17,1%). L’aumento degli occupati dipendenti a tempo determinato è il risultato di una maggiore crescita del segmento con il part-time che rappresenta il 63,2% dell’incremento complessivo.

Quanto alla dinamica salariale, elaborando dati Inps il ricercatore ha verificato che nel 2019 il salario effettivo medio lordo variava dai 5,6mila euro del tempo determinato, part-time e discontinuo (-54 euro lordi rispetto al 2018) ai 36,2mila euro del tempo indeterminato, full-time e senza discontinuità (+233 euro lordi rispetto al 2018). Se il tempo determinato e il part-time involontario riguardano circa 4,7 milioni di occupati, l’area del disagio salariale è ancora più vasta e la caratteristica principale che la contraddistingue è la discontinuità (intesa come periodi di lavoro inferiori all’intero anno), ancor più che la tipologia contrattuale. I dati mostrano come 5,2 milioni di dipendenti discontinui abbiano un salario medio inferiore ai 10mila euro lordi annui.

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