E’ singolare che anche dopo una tragedia di tale proporzione quale l’incidente alla funivia Stresa Mottarone, tenga banco il solito luogo-comunismo all’italiana: “Facciamo chiarezza subito”.

Certo, Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera ha toccato il tema di questo genere d’impianti, sottolineando le possibili conseguenze per quel gioiello d’impresa che è la Leitner di Vipiteno, eccellenza italiana del ramo, che avrebbe firmato anche le ultime verifiche al cavo fatale di Stresa. In realtà, l’azienda altoatesina leader mondiale delle tecnologie per il turismo sciistico invernale, è stata chiamata a Stresa nel 2009, per completare il comprensorio “con una seggiovia biposto che dalla stazione di arrivo della funivia al Mottarone conduce alla croce in vetta al monte (1491 m s.l.m.), alle piste da sci e ad Alpyland, una nuova area divertimenti sorta nel 2010, e costituita da un alpine coaster (bob su rotaia)“.

Ora, per quanto fantasiosamente ci si possa esercitare sulla dinamica dei fatti e sulla ricerca dei colpevoli (tra l’altro, la società che aveva costruito la funivia non esiste nemmeno più), l’evento merita una prima riflessione: l’impianto del Mottarone, già di proprietà della Regione, è attualmente del Comune di Stresa, seppur affidato in gestione a una società privata, di un imprenditore locale che ci ha ricavato circa 300mila euro l’ultimo anno pre Covid, tra utili e compenso.

E qui si tocca subito con mano la natura, per così dire, incestuosa che è alla base dell’intero comparto degli impianti a fune: costano montagne di soldi pubblici, direttamente, senza calcolare le ricadute negative sull’ecosistema dei territori; generano sì profitti, ma solo ai privati, con l’alibi di moltiplicarli in qualche modo sui territori, trainando il turismo. E si dà il caso che, laddove l’intreccio dei grandi interessi con il potere politico è così stretto, inevitabilmente scatta la ricaduta di un allargamento della maglia dei controlli.

Sarà cinico pensare un attimo anche solo alle conseguenze economiche della tragedia del Mottarone, ma è inevitabile: oltre ai costi dell’operazione colossale di soccorso, della bonifica dell’area del disastro e della ricostruzione della funivia, dell’indagine giudiziaria e dei processi, qualora alla fine non si accertasse la precisa responsabilità di un malcapitato controllore di turno o di un feroce terrorista islamico che voleva colpire il presunto ‘agente israeliano della sicurezza’ in gita con famiglia, gli eventuali risarcimenti dovranno uscire dalla casse del Comune e della Regione.

La questione dei soldi pubblici per lo sci è sul tappeto in particolare dopo lo stop legato alla pandemia. Gli impiantisti sono arrivati a lamentarsi dell’ultimo decreto del governo, per la scarsità dei ristori previsti al comparto del turismo di montagna (700 milioni), e per l’eventuale estensione ai ristoratori e agli alberghi. Ma, ancora negli ultimi mesi a livello regionale il settore dello sci ha goduto più che mai di attenzioni particolari, e non è una questione di schieramenti politici.

Per non dire del Veneto del solito Zaia, le cui mire sul turismo industriale di montagna sono state già segnalate più volte in questo blog, in Lombardia sono stati appena stanziati altri 145 milioni di euro ‘per l’ammodernamento degli impianti di risalita’.

E nel Lazio di Zingaretti solo un doppio stop, dovuto al ricorso giudiziario degli ambientalisti e a un intervento della Direzione generale per il Patrimonio Naturalistico del ministero della Transizione ecologica, ha bloccato il mega-progetto di seggiovie, piste e bacini per l’innevamento artificiale al Terminillo, il cosiddetto TSM2. Oltretutto è alquanto miope perseguire il raddoppio di una stazione come quella dei Monti Reatini, che è in un’area compresa tra i 1.500 e i 1.864 metri di quota, ovvero in una fascia di altitudine considerata da tutti gli indicatori scientifici come ormai così sottoposta al riscaldamento globale da far escludere la possibilità che si possa continuare a sciare nel futuro prossimo.

Sempre restando al tema dei soldi dei contribuenti, le prossime Olimpiadi invernali Milano-Cortina, che non dovevano costare un euro di contributi pubblici, sarebbero già in perdita secca di un miliardo e 500 milioni, stando a quanto ricostruito dai cronisti coraggiosi che monitorano il territorio e temono anche per le infiltrazioni mafiose legate ai lavori di preparazione. Quando si fanno notare queste incongruenze, si viene additati tout court come ‘ski-haters’, persino dagli amici. Ma non bisogna essere odiatori di professione per aprire gli occhi.

Lo hanno fatto in Francia per varare l’ultimo stop a tutte le 350 stazioni di montagna. Hanno soppesato anzitutto l’incognita delle cause di risarcimento per eventuali focolai, come quelli esplosi l’altr’inverno a Ischgl, l’Ibiza della neve austriaca, e a Courchevel, in Savoia, che si fregia di essere la ‘Capitale Mondiale du Ski’ nel logo del comprensorio. Poi, si sono resi conto che la mole enorme di finanziamenti pubblici allo sci produce sì un beneficio sociale in termini di occupazione (60mila addetti nelle Alpi del Nord) ma diventa insostenibile dato che a usufruire di questo sport sono stabilmente ormai soltanto l’8 per cento più abbiente e meno giovane dei francesi, il 17 se si calcola anche chi dichiara di fare una settimana bianca ogni due anni.

Guardando poi ai costi pubblici in senso lato, e all’emergenza Covid, i francesi hanno considerato l‘aggravio sulle strutture sanitarie, calcolato dagli epidemiologi su dati dei medici di montagna, in 150mila interventi ospedalieri e di soccorso in più per ogni stagione invernale.

Non sarebbe meglio che un po’ di soldi pubblici degli impianti da sci andassero ad altri sport e ad altre forme meno invasive di turismo? Nemmeno Draghi e Cingolani hanno voluto fare il miracolo e così persino nel tanto atteso PNRR, pur tra lodevoli finanziamenti per riqualificare i borghi e i siti storici, ci sono zero-euro-zero per i Cammini religiosi e culturali e 600 milioni soltanto per le ciclovie, liquidati come come “rafforzamento della mobilità soft”.

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