La Juventus perde la sua prima finale di Coppa dei Campioni nel 1973. A Belgrado l’Ajax di Cruyff è sì a fine ciclo, ma rimane superiore ai bianconeri e a tutte le altre squadre europee. Per il ritiro Boniperti si è fatto consigliare dall’amico Vujadin Boskov, con cui andava a caccia, un albergo-convento a Novi Sad. Gli olandesi invece alloggiano con mogli e fidanzate nel centro della capitale jugoslava. Anche questa scelta non contribuisce ad allentare la tensione della Juve che entra in campo abbastanza spaventata. E perde.

Dieci anni esatti dopo i bianconeri arrivano in finale ad Atene e affrontano da favoritissimi l’Amburgo: sei campioni del mondo, Bettega, Boniek e Platini dovrebbero bastare per avere la meglio sulla squadra allenata da Happel, che la Coppa dei Campioni una volta (con il Feyenoord) l’ha già alzata. Eppure non sarà sufficiente. Il Trap nei giorni che precedono la gara è attanagliato da un dubbio. Vorrebbe escludere dagli undici titolari il pallone d’oro Paolo Rossi, perché lo vede ogni giorno sempre più assente dal campo. All’ultimo però non ha il coraggio di fare la scelta delle scelte, ossia lasciarlo fuori per fare posto a Marocchino o Furino. Magath segna il gol dell’1-0 e la partita così si conclude. La Juve perde la sua seconda finale senza quasi neanche accorgersene.

Due anni dopo la Juve ritorna in finale, questa volta affronta a Bruxelles il Liverpool. Vince con un rigore, regalato dall’arbitro e realizzato da Platini. È la tragica notte dei 39 morti dell’Heysel. I bianconeri alzano la coppa e fanno il giro del campo con il trofeo in mano. Il capitano Gaetano Scirea non dormirà per giorni a causa del dolore e dei sensi di colpa. Ma i giocatori fanno quello che gli dicono di fare. Rimane la più brutta coppa messa in bacheca nella storia del calcio europeo. Questa non è una vittoria.

Quando il 22 maggio 1996 la squadra di Lippi ha la possibilità di riprovarci, la Champions League è per la Juve già un trofeo maledetto, anche senza un Bela Guttmann ad averle lanciato un anatema. Arriva in finale con lo splendido Ajax di Van Gaal, una squadra giovane che fa un calcio alla moda ed è detentrice della coppa. Se però nel 1973 Ajax e Juve sono due scuole calcistiche diverse, quella già moderna degli olandesi di Cruyff e quella italiana vecchio stampo, oggi si affrontano due filosofie più vicine di quanto sembra.

Da due anni infatti siede sulla panchina un allenatore nuovo che ha dato una scossa al calcio all’italiana di Trapattoni e Zoff. Marcello Lippi ha giocato da libero quando si giocava a uomo, ma da allenatore è stato attento e ha studiato anche il calcio rivoluzionario di Sacchi. Qualche settimana prima della finale durante una cena tra calciatori e staff, il capitano Gianluca Vialli al momento del caffè chiede: “Mister, come affronteremo l’Ajax?”
“Come non lo ha fatto ancora nessuno, aggredendola in ogni centimetro del campo e in ogni istante della partita. Non voglio che snatureremo il nostro gioco”.

Vialli è preoccupato di affrontare una squadra che parte favorita. Ma è in tensione anche perché quattro anni prima con la Sampdoria ha perso una finale, quella di Wembley, che gli brucia ancora dopo tutto questo tempo. Allora si era già promesso proprio alla Juve e durante la finale aveva sbagliato dei gol che solitamente non sbagliava. Anche adesso la situazione non è così diversa, perché dopo quattro anni ha la possibilità di andare a giocare da un’altra parte e i dirigenti della Juve non sembrano intenzionati a tenerlo. Vialli però è un uomo intelligente, va per i 32 anni ed è più esperto di allora. Questa volta non arriverà all’appuntamento deconcentrato.

Questa è una Juve che in quanto a personalità e leadership non invidia niente a nessuno: Vialli, Vierchowod, Conte, Deschamps, Carrera, Ferrara e Peruzzi… Si presenta in campo con un tridente votato al sacrificio. Vialli fa il centravanti, a destra Ravanelli, a sinistra Alex Del Piero. Del Piero ha 21 anni, ma per lui in estate la società ha sacrificato Roberto Baggio. In questa Champions ha già fatto sei gol, uno più bello dell’altro: parte da sinistra e di destro calcia a girare. Sarà il suo marchio di fabbrica.

A realizzare la prima rete è Ravanelli, che approfitta di un errore di Frank De Boer per infilare la porta di Van der Saar da una posizione impossibile. A Penna Bianca risponde Litmanen. La partita è vivace, Vialli e Del Piero hanno la possibilità di fare gol ma non raggiungono l’obiettivo. Si va ai rigori. Lippi guarda gli occhi dei suoi giocatori. Ferrara e Pessotto sono i primi a farsi avanti. Poi trova sguardi disponibili in Padovano, Jugovic e Del Piero, a cui Lippi dice: “Lo tiri per ultimo”. Non ci sarà bisogno, perché Peruzzi ne para due (a Davids e Silooy) e quello decisivo è il rigore di Jugovic, che una Coppa con la Stella Rossa l’ha già vinta. Al momento di tirare gli scappa un mezzo sorriso che è tensione e spiazza Van der Sar. Lippi dalla panchina parte di scatto e perde i suoi occhiali da vista, li pesta, lasciando mille pezzi sul terreno di gioco dell’Olimpico.

È la prima vera, e per il momento ultima, Champions League che la Juve può festeggiare. La alza il capitano Gianluca Vialli. Sono passati esattamente venticinque anni da allora, i bianconeri sono andati in finale altre cinque volte e altrettante sono usciti sconfitti. E in questo momento la situazione è ancora meno rosea: domenica a Bologna, ultima giornata di campionato, una vittoria potrebbe non bastare per il quarto posto e l’iscrizione nella Champions League 2021-2022.

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