Potevamo stupirvi con effetti ottici deformanti al Var, gare di tuffi al Cuadrado, sfrenati Hully Draghy allo Sky Club di Caressa, liti tra comari arbitrali alla moviola. Per una volta, invece, Kitikaka vi racconta una storia. Una favola antica. Quella di Davide contro Golia. Quella in cui Davide abbatte Golia con una fionda nascosta tra il parastinco e lo scarpino. Siamo nel 1991, il 5 maggio del199. A San Siro l’Inter incontra la Sampdoria alla penultima di ritorno. Il libro La Bella stagione, appena uscito per Mondadori, scritto da Vialli-Mancini e i calciatori della Sampdoria Campione d’Italia (nella copertina è scritto proprio così), inizia proprio da quel campo che vedrà i blucerchiati vincere due a zero e dall’espulsione di Mancini e Bergomi che lascerà le due squadre in dieci per l’intero secondo tempo. Già perché per chi oggi è giovinetto abituato al monologo bianconero dei nove scudetti, nove anni di vittorie sempre entusiasmanti, tremila giorni di te e di me, hurràjuventus e hurràorsatus, diventa difficile comprendere come una squadra che aveva in rosa un blocco di marmo travertino come Fausto Pari e il re dello stracchino Giovanni Invernizzi abbia vinto uno scudetto proprio trent’anni fa.

Lo spiegano Luca e il Mancio, i gemelli del gol, senza mai tirarsela, senza mai far arrivare una nave cargo in piena notte per trasportare i sedici yacht di Dall’Igna via dal porto di Genova. “Rispetto, altruismo, amicizia, lealtà. Il segreto del nostro successo è tutto qua”, spiega Vialli ai convenuti per sfogliare le pagine del libello sportivo che sembra tanto un saggio di convivenza sociale e professionale. Poi chiaro ognuno avrà avuto le sue incazzature, il presidente Mantovani, re del petrolio anni Ottanta, chiamava “quelli là” i genoani, ma come dice Luca si andava ancora a ritirare lo stipendio nel suo ufficio alla fine del mese scostando una coltre di fumo. Il tempo si è fermato, diceva Ermanno Olmi. Il calcio romantico, ci siamo fatti deridere in tanti nei giorni dei fantastiliardi da SuperLega. “Gli anni passano e il calcio è cambiato”, racconta ancora il Vialli da sotto una foto che pare d’epoca con tutti i suoi compagni di quella vittoriosa e spassosa cavalcata scudetto. “Ma quello che mi piacerebbe vedere è un club in equilibrio tra corretta gestione economica ed emozione”. “Lo sport è emozione”, gli fa eco il Mancio, ct della Nazionale seduto negli uffici della Federazione sopra una elegantissima poltrona in pelle umana. “Le cose belle sono il Leicester che vince la Premier, o chissà magari l’Atalanta che vince lo scudetto. Il bello, appunto. È anche quando le squadre minori possono vincere”. Poi il Mancio aggiunge sornione: “Ci saranno squadre che hanno vinto più di noi, ma non credo abbiano creato un gruppo come il nostro”.

Ogni riferimento alla Juve, che nella stagione 1990-91 aveva in panca Maifredi, uno che si faceva acquistare meloni già sbucciati al supermarket bolognese sotto casa, è puramente casuale. Come del resto a quello che sarebbe diventato presto il Milan stellare di Sacchi o all’Inter dei tedeschi campioni del mondo. Il “gruppo” dei gemelli è quello, alla rinfusa, di Luca Pellegrini e Pagliuca, Lanna e lo zar Pietro Vierchowod, Toninho Cerezo e Attilio Lombardo, il senatore del gruppo Moreno Mannini e Marco Branca, Bonetti (Ivano), il milanesissimo Dossena e il grande zio Vuja in panca. Gente che si ritrova ancora oggi dopo 30 anni a cena. Gente che ancora si telefona, si fa gli scherzi, si abbraccia felice, brinda alla vita, a quell’anno dello sghetto, a quella incredibile sinfonia di gol e di giocate di fino. Una capriola di Luca, le manone sante di Gianluca, le corse a perdifiato di Attilio, i quattro avversari sempre attorno al Mancio. La cena degli scazzi alla Beccaccia alla fine del girone d’andata. Finisce in gloria. 51 punti su 38 partite (vittoria due punti e non tre), tre sole sconfitte, la Juve e il Napoli di Maradona addirittura a 36 punti. E intanto gli amici di quella Doria campione sono ancora lì ad osservare o mä…

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