Lo dico a voce alta: Enrico Letta avrebbe fatto meglio a rimanere a Parigi. Ha accettato la nomina a segretario del Pd per solo spirito di rivalsa e di amore del vecchio potere politico.

Era ormai fuori dalla scena politica, dimenticato e assolutamente tranquillo nel suo ruolo di professore universitario all’estero. Aveva anche detto di non essere interessato al ruolo di segretario ma poi il vecchio richiamo della foresta ha prevalso.

E’ arrivato con il solito entusiasmo e la solita grinta capace di far addormentare anche i bambini scatenatati al nido. Ha fatto una “grande”, ovviamente si fa per dire, battaglia iniziale sul ruolo delle donne all’interno del Pd. Nella pratica ha solo cambiato i capigruppo della Camera e del Senato per questioni prettamente politiche interne.

Finita la lotta. Al momento non si trova una donna del Pd candidata a sindaco nelle maggiori città italiane. L’unica candidata forte del centrosinistra è a Bologna ma viene discriminata perché forse vicina a Matteo Renzi. Questa la grande novità portata da Letta nel Pd.

E mentre il buon Enrico era impegnato più a fare incontri web con Bettini e Conte che a dare un senso al suo ruolo, il governo Draghi si occupava del Paese. E diciamolo, per fortuna. Ma evidentemente il calo continuo nei sondaggi e il caldo primaverile ha suscitato qualche reazione nel nostro caro Letta.

Svegliato improvvisamente dal letargo ha detto la prima cosa di sinistra che gli veniva in mente: tasse, tassiamo i ricchi. E sì, ideona. Lanciamo la super tassa per i ricconi per finanziare qualcosa che riguardi i giovani. Ma Enrico non si ricordava dove fosse e chi ci fosse al governo. Ed ecco inevitabilmente la figuraccia.

Mario Draghi, con il consueto pragmatismo, ha detto semplicemente: non è il momento di prendere soldi ai cittadini ma di darli. Gioco, set, partita.

Come a dire: Enrico stai sereno.

Insomma, povero Letta. Sempre lontano dalla realtà e dal contesto.

Con il suo arrivo, utile solo ad evitare un congresso vero e ad affrontare i problemi di un Pd svenduto al grillismo e al suo decadimento, l’involuzione del Pd è praticamente definitiva. Un Partito democratico ormai abbandonato alla deriva, senza idee e proposte reali per il paese.

E lo dico con il rimpianto di chi, come me, faceva parte di un partito plurale con vocazione maggioritaria, finito invece per assecondare i personalismi della ditta e i rancori personali dei soliti vecchi politicanti. Tutto stantio, vecchio, senza colore e senza entusiasmo.

E la dimostrazione della proposta di Letta questo racchiude in modo emblematico. Tutto troppo noioso e retaggio di una vecchia ideologia fuori dal contesto storico attuale. Per cosa poi? Per annientarsi a favore del Movimento 5Stelle. Un Movimento che non esiste più. Un Movimento senza più un leader. Un Movimento senza più un progetto e una chiara idea politica.

Conte, Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista. Ognuno in cerca di fortuna personale.

Lontani anni luce dal riformismo e dalle lotte di civiltà e giustizia che appartenevano al Pd di una volta. Basta guardare i mancati accordi per le elezioni amministrative prossime. Significativa la ricandidatura di Virginia Raggi a Roma.

Inutile perdere altro tempo con considerazioni ovvie.

Il Pd e il Movimento 5Stelle hanno problemi simili di grande difficoltà ed invece di affrontarli singolarmente hanno cercato di unirsi per darsi forza a vicenda. Ma in politica non funziona così e quello che sta accadendo è un film già visto che a breve li porterà alla completa disfatta.

Ed è forse un bene. Occorre, infatti una completa rivoluzione per risanare il campo politico da situazioni e ambiguità create dal mantenimento a tutti i costi del potere politico. La fortuna e il ringraziamento vanno sempre a coloro che controcorrente hanno avuto il coraggio e la forza di buttare giù il muro del populismo e della finzione.

Senza loro non ci sarebbe oggi il governo Draghi e non ci sarebbe la consapevolezza di una nuova fase più illuminata per il Paese.

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