Mentre il Coni annuncia che saranno il velocista Elia Viviani e la tiratrice Jessica Rossi i portabandiera ai Giochi di Tokyo, il Giro perde cinque corridori, sconfitti non dagli avversari ma dagli infortuni. E noi perdiamo le speranze di vedere la fuoriclasse pallavolista Paola Egonu, figlia di migranti nigeriani, sfilare alle Olimpiadi reggendo con orgoglio il tricolore per colpa di una scelta pusillanime in odor di Lega e Fratelli d’Italia.

Il Recovery Giro con l’orgoglioso Viviani portabandiera (e il fratello Attilio ultimo in classifica) lascia Siena per raggiungere Bagno di Romagna e le sue corroboranti terme. La carovana passa dal Chianti al Sangiovese, il culturally correct da Dante a Pascoli, la nostalgia ciclistica da Bartali e Martini a Baldini e Pantani, Remco Evenepoel, il ragazzino bastonato dalla maglia rosa Egan Bernal scaccia l’incubo delle strade bianche per imboccare quelle più sanguigne dell’Appennino dominato dal monte Fumaiolo, sorgente del Tevere, terre di cui furono padroni i fiorentini (hanno lasciato in eredità il pane senza sale…).

La geografia del pedale è assai varia, immaginifica e trasversale. Il Giro s’infila in quell’Italia antica e nobilmente provinciale che l’ha resa stupenda e prolificamente diversa, come testimoniano le strade di questa dodicesima tappa lunga 212 chilometri in cui si susseguono colli e passi dai nomi un tempo spaventevoli come il passo della Consuma, quello della Calla o, nel finale di corsa, il passo del Carnaio che letteralmente significa locale riservato alle carni macellate, ma anche cumulo di cadaveri, e qualcuno può pensare ai poveri cristi che si arrampicano lungo salite aguzzine, ed il Carnaio “regala” qualche rampa ammazzagambe…

E’ il rustico mondo che Alfredo Panzini raccontò con stile brillante nel suo romanzo La lanterna di Diogene, cronaca di un viaggio in bicicletta dalla milanese Porta Romana a una borgata di pescatori sulla riviera romagnola che “per l’aere puro, porta il nome di Bellaria”. Era il 1907

Dunque, il Giro sfiora Firenze, toccando Ponte a Ema, il paese di Ginettaccio, e poi Sesto Fiorentino, la cittadina di Alfredo Martini, e le loro biografie affondano le radici in anni di fatiche, sacrifici e valori semplici – ciò che non è più oggi – quando in tanti andavano a lavorare spingendo sui pedali la “spicciola”, come veniva chiamata un tempo la bicicletta, e non per diletto come piace adesso. Correvano chinati sui manubri i garzoni all’alba, come Fausto Coppi e Gino Bartali, o come gli operai che sulle due ruote cullavano pensieri di riscatto, allenandosi per le corse della domenica, sperando di conquistare qualche lira di premio.

Martini, che era di Sesto Fiorentino, periferia fiorentina di fabbriche e opifici, non ha mai scordato la fatica doppia del lavoro in fabbrica e del pedalare per andarci e per tornare a casa, che stancava, per dirla alla Pavese, ma non stroncava il desiderio di andare in fuga, un giorno, da quella vita agra.
Il sentimento di rivalsa, nel gruppo dei “girini”, è assai forte, e condiviso. Dai portatori di borracce che scalpitano, sempre in attesa del colpo di pedale per agganciare la fuga giusta e godere di qualche attimo di gloria. O dai mezzi scalatori che cacciano i punti per diventare leader della montagna. Per sentirsi eredi di Binda, il primo che vinse la classifica di miglior scalatore nel 1933. Di Bartali che lo fu sette volte. Di José Manuel Fuente (4 volte), di Coppi (tre volte), di Charly Gaul, di Hugo Koblet, Louison Bobet, Raphael Geminiani, Gastone Nencini, Federico Bahamontes. Di Rik Van Looy, incredibile vincitore – lui passista e velocista – nel 1960. E ancora, Vito Taccone, Franco Bitossi (tre volte), Merckx, Claudio Bortolotto (tre volte), Van Impe, Fignon, Chiappucci (due volte), Pantani, Garzelli (due volte), Chris Froome (a proposito: oggi compie trentasei anni), e non è tutta la lista.

Ricordo con affetto Mariano Piccoli, che soprannominai scherzosamente “la pulce dei cavalcavia”, bravissimo sulle salite che non fanno storia, ma che è entrato nella storia del Giro vincendo due anni di seguito la maglia (allora verde, oggi azzurra) che adesso indossa il francese Geoffrey Bouchard. Tranquilli: non lo vedremo mai protagonista allo Zoncolan o sulle Dolomiti o nelle altre grandi e celebri salite della corsa rosa.

Come non vedremo più al Giro Alessandro De Marchi, brutta caduta, frattura della clavicola e quattro costole. Ritirato, e non è il solo. Hanno lasciato Fausto Masnada, afflitto da tendinite, ed Evenepoel ha perso un gregarione. E’ rimasto in albergo lo svizzero Gino Mader, vincitore della sesta tappa. Si sono ritirati anche il britannico Alex Dowsett della Israel e il forte spagnolo Marc Soler, il capitano della Movistar, caduto poco dopo il via da Siena. Ha cercato di restare in corsa, ma i forti dolori e l’ancor più forte ritardo (oltre dieci minuti) l’hanno indotto all’abbandono. Infine, Kobe Goosens, vittima ieri di una caduta che l’ha tolto di mezzo. Un Giro afflitto dal Ritiro.

Infine, uno sguardo sulla tappa. Solito fugone destinato a buon fine. A diciotto chilometri dal traguardo, dodici minuti di vantaggio ne garantiscono il successo. Scappati in quindici, raggiunti da Giovanni Brambilla, ci sono buoni outsider. Come Diego Ulissi. O George Bennet, ventisettesimo in classifica. O anche Chris Hamilton. Più alcuni habituèes della scappata: Victor Campenaerts, Andrea Vendrame, Vincenzo Albanese, Simone Ravanelli. Senza dimenticare l’ineffabile Bouchard che ha ramazzato tre dei quattro Gran Premi della Montagna in lizza. Nuovi affiliati al club dei fuggitivi, l’israeliano Guy Niv (la Israel per cui corre ha perso due corridori in un solo giorno) e l’eritreo Nathael Tefatsion.

Sparpaglìo degli scappanti. In testa, rimangono Vendrame, Brambilla, Hamilton e Bennet. Schermaglie. Vendrame e Hamilton si liberano di Brambilla e Bennett. Il veneto Andrea regola facilmente l’australiano. Ha ventisei anni, milita nella squadra francese AG2R. Quella di Bouchard. E’ la seconda vittoria italiana in questo Giro, dopo il lampo di Ganna a Torino. Il migrante Andrea scarica l’emozione tra le braccia di Geoffrey. Ma a Tokyo noi non mandiamo la Egonu.

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