“Chi è causa del suo mal pianga se stesso“, recita un noto proverbio…chissà se in queste ore anche Elon Musk ha versato qualche lacrima vedendo il proprio patrimonio calare precipitosamente a causa delle sue dichiarazioni sui Bitcoin. Da che infatti il visionario imprenditore, patron di Tesla, ha annunciato che l’azienda non avrebbe più accettato pagamenti con la criptovaluta, il suo patrimonio ha perso quasi un quarto (il 24%, per l’esattezza) del suo valore, tanto che ora è “solo” il terzo uomo più ricco del mondo e non più il secondo.

Come è stato possibile? La vicenda risale a una settimana fa, quando Elon Musk ha fatto retromarcia sulla criptovaluta e questa è crollata del 16% scendendo da 51.000 ad un minimo di 46.045 euro. Tutto è iniziato quando su Twitter il padron di Tesla ha mostrato preoccupazione per l’utilizzo di fonti fossili nella produzione del bitcoin, annunciando che il gruppo non lo accetterà più come forma di pagamento delle auto del marchio, preferendo eventuali altre criptovalute che generano minore inquinamento. Musk, che era stato tra coloro che avevano promosso l’utilizzo della moneta virtuale tanto da annunciare che le sue auto si potevano acquistare anche con i bitcoin, ha però precisato che non venderà le criptovalute in proprio possesso. Del resto – secondo gli ultimi dati – ne avrebbe acquistati 1,5 miliardi di dollari, nella convinzione espressa nero su bianco contro i metodi di pagamento tradizionali che – aveva detto – “danno interessi negativi: solo uno sciocco non guarderebbe altrove“.

La conversione ad U è stata spiegata con una scelta ambientale. “Siamo preoccupati per il rapido aumento dell’uso di combustibili fossili per l’estrazione e le transazioni di bitcoin, in particolare di carbone, che ha le peggiori emissioni di qualsiasi combustibile”, ha scritto Musk. “La criptovaluta è una buona idea a molti livelli e crediamo che abbia un futuro promettente, ma questo non può avere un grande costo per l’ambiente”, ha aggiunto l’ad di Tesla, da sempre sponsor della moneta virtuale. Il processo di generazione dei bitcoin prevede la risoluzione di calcoli estremamente complessi che richiedono computer molto potenti e processori ad alte prestazioni. Il ‘mining’ del bitcoin, letteralmente l’estrazione della criptovaluta, richiede dunque l’utilizzo di una sorta di supercomputer, equipaggiati con decine di processori, e che richiedono sistemi di raffreddamento molto efficienti e avidi di energia, indispensabili per evitare il surriscaldamento delle macchine.

Secondo un team di ricercatori dell’Università di Cambridge, l’elaborazione a livello mondiale della moneta consuma una quantità di energia elettrica pari al fabbisogno dell’intera Argentina. La brusca caduta che poi si è attestata ad un calo dell’8% è del resto considerata da sempre un investimento a rischio. Proprio recentemente Consob e Banca d’Italia hanno richiamato l’attenzione, in particolare quella dei piccoli risparmiatori, sugli elevati rischi connessi con l’operatività in cripto-attività (crypto-asset) che possono comportare la perdita integrale delle somme di denaro utilizzate. Il richiamo, che fa seguito ad analoghe iniziative già prese in passato, si legge in una nota “si rende opportuno in attesa che venga definito un quadro regolamentare unitario in ambito europeo”.

Il calo del bitcoin ha travolto a Wall Street anche altre valute virtuali, ad esempio il Dogecoin che è arrivato a perdere il 15% dopo il voltafaccia di Elon Musk sull’uso delle criptovalute. La moneta virtuale il cui logo si rifà ad un meme di internet che rappresenta un cane Shiba Inu si è deprezzata fino a toccare i 40 centesimi a moneta.

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