Contrordine compagni, il bitcoin non s’ha da fare. Dopo soli tre mesi dal suo vigoroso endorsement alla valuta digitale, il patron di Tesla Elon Musk si accorge che il bitcoin è una grande fonte di inquinamento e che quindi non bisogna più investirci. Immediata la ricaduta sulle quotazioni della moneta virtuale più diffusa al mondo che viene scambiata introno ai 55 mila dollari (46mila euro), in picchiata del 16%.

Su twitter Elon Musk ha annunciato che Tesla non lo accetterà più come forma di pagamento delle auto, preferendo eventuali altre criptovalute che generano minore inquinamento. Musk ha anche precisato però che non venderà i bitcoin che detiene a titolo personale. Le ricadute ambientali della produzione di bitcoin, che richiede un ingente consumo di elettricità per far lavorare a pieno regime schiere di computer che devono processare calcoli sempre più complessi per “coniare” ogni singolo bitcoin, non è certo una novità.

Oggi la produzione di bitcoin assorbe oltre 121 terawattora all’anno, l’equivalente dei consumi dell’intera Olanda. Un dato che era già ampiamente noto lo scorso febbraio, quando Musk aveva annunciato che Tesla avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari in bitcoin e accettato la moneta digitale come pagamento per le sue auto. Da quel giorno il bitcoin ha praticamente raddoppiato il suo valore salendo dai 30mila dollari fino al record storico di oltre 63mila dollari toccato lo scorso 13 aprile. Legittimi dunque i sospetti secondo l’improvviso slancio ambientalista di Musk preluda, o sia funzionale, a qualche nuova mossa sul mercato delle criptovalute.

Le banche centrali hanno diffuso nel frattempo numerosi avvertimenti sui rischi insiti negli investimenti in monete digitali, ritenute un investimento fortemente speculativo che sottende la possibilità di perdere tutto l’investimento. Per contro diversi nomi di primo piano della finanza, da Goldman Sachs a Bank of America, hanno iniziato a fornire prodotti e servizi per facilitare gli investimenti nella criptovaluta.

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