E così, con il comunicato di Giuseppe Conte a sostegno della candidatura di Virginia Raggi, a 5 mesi dalle elezioni si comincia a sgombrare il campo dalle incertezze, quantomeno nell’area giallorossa.

Nicola Zingaretti non sarà il candidato del Pd, resterà alla guida della Regione Lazio dove governa con il M5S; Roberto Gualtieri parteciperà alle primarie di coalizione in competizione con Raggi, che non si sottoporrà alle “Comunarie”. Eventuali accordi saranno presi solo al secondo turno, se uno dei due schieramenti arriverà terzo. Accordi che sembrano assai difficili, per il conflitto che ha segnato questi 5 anni, non tanto tra i politici – che sono abituati alla realpolitik – ma tra il rispettivo elettorato, che sembra poco incline a seguire docilmente le indicazioni dei vertici.

Ma lasciando da parte pronostici, se si guarda al clima preelettorale, il quadro è piuttosto desolante. Da tempo anche i cittadini più attivi si sono progressivamente disinteressati alla politica e l’emergenza Covid ha dato il colpo di grazia. In questo anno abbiamo visto mobilitarsi quelle realtà che si prendono cura dei più deboli, che per fortuna sono molte, ma tanti altri hanno ridimensionato le attività ad ambiti sempre più circoscritti, spesso concentrandosi sulla difesa dei propri bisogni e di quelli del proprio quartiere. Al “cambiamento”, slogan che si ripropone puntuale ad ogni tornata elettorale da ogni fronte politico, non crede più nessuno, anzi, in certi casi è visto come una minaccia perché si teme che possa essere in peggio.

E allora anche solo pedonalizzare la piazza della sede municipale o una strada davanti a una scuola evoca scenari insopportabili, di movida selvaggia, di parcheggi perduti o di degrado. Preoccupazioni a cui la classe politica di ogni colore non sa rispondere con una visione positiva, ma preferisce cavalcare il conflitto e la paura contendendosi il consenso un tanto al chilo, dei cittadini come delle più disparate categorie, ciascuna con le sue richieste corporative e con il suo peso elettorale.

Difficile in questa situazione dire di cosa avrebbe bisogno Roma nel dopo elezioni, perché Roma avrebbe bisogno adesso, subito, di tante cose che non si possono scrivere nei programmi elettorali ma che ne sono il presupposto.

Innanzitutto Roma avrebbe bisogno di ritrovare la fiducia nelle istituzioni, sapere che le promesse verranno mantenute, che i progetti saranno portati avanti in tempi accettabili, che i servizi funzioneranno e soprattutto che qualunque progetto e servizio sarà monitorato. E che qualcuno correrà ai ripari se qualcosa non funziona.

Poi Roma avrebbe bisogno di ritrovare un senso di appartenenza e solidarietà reciproca, che spinga i cittadini a chiedere ai candidati proposte per tutti e non solo per se stessi, per il proprio quartiere o la propria categoria. E di guardare avanti, al futuro di una città economicamente alla canna del gas, di pensare a quale possibilità di lavoro si potranno costruire, soprattutto per le donne e per i giovani, che non siano bed & breakfast e pizze al taglio.

Ma soprattutto Roma avrebbe bisogno di un’altra classe politica. Di partiti che non scelgono i candidati sulla base dei sondaggi, come testimonial di un prodotto da vendere, ma che costruiscono un tessuto connettivo con la società civile che dura e cresce nel tempo, che non si ricordano delle “periferie” a pochi mesi dall’appuntamento elettorale. E questo vale per tutti gli schieramenti: dal M5S, che è partito con una maggioranza schiacciante in Campidoglio e la guida di 13 Municipi su 15, per poi andare via via arroccandosi in una ristretta cerchia di persone di fiducia, perdendo pezzi (Municipi, consiglieri comunali, assessori) e soprattutto il rapporto – se mai è stato costruito – con le realtà del territorio. E anche il Partito Democratico, immerso in un mondo afono, che in questi 5 anni non ha saputo coagulare un fronte allargato con obiettivi forti che rispecchiassero valori condivisi, da rilanciare per tornare a radicarsi nei territori.

E se il governo pentastellato ha sistematicamente coperto gli scarsi risultati raggiunti con una comunicazione aggressiva e terra terra, basata essenzialmente sulle colpe di “quelli di prima”, e sulle vanterie di risultati che sono il “minimo sindacale” di ogni città amministrata decentemente – basti vedere il sito “cosefatte.it” – va detto che nel campo Pd pesano come macigni le rimozioni operate con disinvoltura sulle vicende giudiziarie del Mondo di mezzo – vale anche per il centro destra –, sulla cacciata di Ignazio Marino, mai metabolizzata, e ancora prima, sul fallimento del “Modello Roma” che ha regalato il Campidoglio ad Alemanno.

C’è da augurarsi che ora, avendo fissato la data delle primarie – non si sa come il M5S affronterà la campagna elettorale – si apra qualche spazio di dibattito vero che non sia il solito refrain dell’ “ascolto dei cittadini” che da anni chiedono inutilmente le stesse cose.

Poi ci sono tante le cose di cui ha bisogno Roma che troveremo nei programmi elettorali, spesso le stesse di quelli precedenti. Carteinregola sta organizzando una serie di incontri online che si intitolano “Roma 2021 Backstage, le elezioni che vogliamo”. Cominciamo a raccontare anche su questo blog quello che abbiamo raccolto e raccoglieremo. Mercoledì 12 maggio alle 18 incontriamo i Presidenti di Municipio e il Presidente della Commissione Roma capitale, per parlare di decentramento di competenze, risorse, personale dal Comune ai Municipi. Che a nostro avviso dovrebbe essere il primo punto di ogni programma, e che sarà il prossimo tema.

(Continua)

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