Ciao, mi chiamo Giacomo Baldin e ho 29 anni. Fin da bambino ho sognato l’Africa, finché all’età di 20 anni sono partito alla ricerca di questa terra tanto diversa dalla nostra cultura occidentale, l’Etiopia. Adesso vivo qui stabilmente, faccio la guida turistica e collaboro con una ONG italiana che si occupa di infanzia. Vivo una vita completamente fatta di sorprese quotidiane, lontana dallo stress e dalla routine a cui ero abituato e questo mi permette di godere dello stile di vita nelle campagne etiopiche. Da qui l’ispirazione per questi miei scritti.

di Giacomo Baldin

Sto tornando da lavoro. Sono al solito semaforo di Bisrate Gebriel, Addis Abeba. Aspettando che quel verde sbiadito dallo smog dei vecchi diesel anni ’90 plachi la mia impazienza. La sempre presente bambina con la bandana da ciclista blu, i tipici capelli crespi africani sparati per aria e la vestaglia verde tradizionale del gojjam, parte in azione per provare a vendere i suoi fazzoletti a noi autisti in coda. Thirty five birr, dice con tutto il suo inglese che ha quando vede un ferenji, cioè uno straniero. Io intanto la guardo da lontano, come sempre, ammirato da come tanta bellezza possa emergere da uno stato di povertà così crudele, ma allo stesso tempo sono arrabbiato con il mondo. Vedo ogni giorno queste cose ma abituarsi è impossibile e soprattutto non sarebbe giusto.

Non ha le scarpe. Il sorriso è la sua unica arma per racimolare qualcosa. Arriva da me. Io ho la mascherina ovviamente, forse non mi riconosce e sorridendomi mi propone la sua solita merce che una settimana prima avevo comprato chiedendomi se potevo aiutarla. Abbassando la mascherina ricambio il sorriso, difficile resisterle. È una bambina di 5 o 6 anni, Genet. Il suo nome in amarico significa “paradiso”, esattamente l’atmosfera che proverei se l’abbracciassi guardando un film sul divano con lei, oppure aiutandola a fare i compiti o a giocare insieme ai parchetti.

Allora le mostro la scatola dei suoi fazzoletti già acquistata, dicendole “Non ti ricordi di me? L’ho comprata da te la settimana scorsa, devi aspettare che finiscano, ok?” ed è qui che scoppia la magia, quella cosa che non ti aspetteresti mai. Genet si ricorda di me e si accorge che i miei fazzoletti sono i suoi, allora con un gesto istintivo, senza che il cervello abbia il tempo di farsi pensiero, presa dalla gioia mi offre la sua pannocchia abbrustolita che stava sgranocchiando con il suo sorrisetto sicuro, pieno di quella personalità tipica di chi vive in strada. Me la offre tutta e non potevo dire di no. Anche perché me la ha più o meno lanciata in macchina, senza darmi il tempo di pensare se accettarla o meno. Senza avere il tempo di esitare la faccio mia.

Probabilmente senza averne coscienza con il suo gesto ingenuo da bambina mi ha ricordato che la solidarietà è quella che alimenta i nostri cuori e le nostre emozioni. Che lei cerca amore, non soldi. All’improvviso un concerto di clacson mi spacca quasi i timpani. Probabilmente la fiacca luce verde è ricomparsa ai loro occhi, accelero e riparto. Piangendo.

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