di Giuseppe Varvaro

Uno dei tre settori del sistema economico e sociale italiano, quello degli Enti del Terzo Settore, detti anche Ets, sembra essere stato relegato al Medioevo informatico dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) trasmesso al Parlamento il 25 aprile 2021. Beneficiari della prima missione, sulla digitalizzazione, saranno infatti solo gli altri due settori: Stato e mercato.

All’interno delle componenti “M5.C2” e “M5.C3” della quinta missione del Pnrr, su inclusione e coesione, sono previsti per gli Ets ruoli di coprogettazione nei servizi ai disagiati e ai bisognosi e nei piani urbani integrati; contrasto alla povertà educativa; housing temporaneo e stazioni di posta; valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Gli Ets del futuro vengono sognati come cuore pulsante analogico nel contesto di una società digitale, zeppa di zettabyte, con data scientists e data driven company. Perché? In cosa il digitale non può supportare gli Ets? Sulla Valutazione di impatto sociale (detta Vis), sull’autovalutazione, la consapevolezza identitaria e le best practices, sui wicked problems, le cui soluzioni richiedono una fiducia che si sviluppa nel tempo con risorse e un ambiente favorevole?

La Vis non è obbligatoria, ma è sempre più richiesta dai finanziatori dei progetti sociali. Il reporting del no-profit si presta più a essere raccontato che misurato. Ma cittadini e policy makers manifestano sempre più l’esigenza di parametrare i cambiamenti e le innovazioni sociali. Il Pnrr non si è rivelato l’occasione da dare al Terzo settore per monitorare peculiari impatti sociali valutabili solo tramite soggetti di grandi dimensioni, come prospettato in uno studio del 2010 di Ebrahim e Rangan, benché (da rilevazione 2015) la maggior parte degli Ets italiani abbia bilanci non superiori a trentamila euro e finanziamenti di provenienza più da privati che da altri soggetti.

Nel 2017 J. Morley osservava che la rendicontazione del no-profit non riflette il carisma di aiutare i più deboli. Tuttavia i dati raccolti sul lato interno possono contribuire a elaborare best practices da generalizzare sul territorio nazionale. Nel campo dei wicked problems le esperienze maturate negli Ets possono costituire nel tempo banche dati interoperabili, con cui prevenire in futuro disagi e bisogni sociali. Sappiamo dalla matematica e scrittrice O’Neil di alcuni esempi di no-profit in digitale in grado di determinare con appropriatezza gli ambiti di impegno sociale secondo rischi specifici, come nel caso della no-profit Eckerd, che nel 2013 ha elaborato un modello predittivo sui bambini con maggiori probabilità di subire abusi in famiglia.

Il cuore digitale del terzo settore è chiamato a pulsare non tanto ex post per gli Ets, in termini di Vis, quanto ex ante per i destinatari delle attività degli Ets, con interventi in fase progettuale. Di fronte alla sfida di un mondo che assegna a tutti sempre meno risorse, occorrono Ets che siano meno attori analogici e più registi digitali.

In Italia un cuore digitale nazionale c’è già. I primi esempi non mancano: è presente la banca dati di Euricse, composta da circa 250 imprese sociali che hanno aderito all’indagine in Trentino, Friuli Venezia Giulia e Veneto. C’è la mappatura del 2017 di Legacoop Abitanti e Politecnico di Milano, sulle esperienze abitative fondate su modelli di inclusione e che hanno disegnato infrastrutture sociali innovative e resilienti.

Nei prossimi anni occorre aiutare a crescere questo cuore digitale. L’auspicio è che ciò avvenga in un clima “di norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali, che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere”, per dirla con le parole usate il 9 novembre 2006 nella sua Lectio magistralis alla Facoltà universitaria di Economia, da Mario Draghi, oggi Presidente del Consiglio.

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