Consiglieri comunali arrestati o indagati, dipendenti comunali sospettati di essere al servizio della mafia, boss scarcerati in cambio di mazzette al giudice, imprese e commercianti costrette a pagare il pizzo. Se tutto questo non bastasse e forse anche per tutto ciò, a Foggia ora non c’è più neppure il sindaco. Franco Landella, primo cittadino della Lega di Matteo Salvini eletto nel 2014 e poi riconfermato nel 2019, si è dimesso al termine di un incontro con quello che resta della sua maggioranza. Una decisione che sembrerebbe legata agli ultimi arresti avvenuti nel capoluogo dauno che hanno riguardato due consiglieri comunali, tra i quali anche l’ex presidente del consiglio comunale Leonardo Iaccarino già finito nei guai per un video che lo immortalava mentre sparava a salve con una pistola durante i festeggiamenti di Capodanno.

“Foggia in questo momento – ha spiegato l’ex sindaco – ha bisogno di serenità, di essere tenuta al riparo da ogni tentativo di gettare fango su chi l’amministra con passione e dedizione”. Nessun riferimento esplicito alle diverse azioni della magistratura che hanno colpito la sua amministrazione di centrodestra e neppure ai lavori in corso della commissione impegnata in queste settimane a studiare gli atti amministrativi per decidere se sciogliere il comune per infiltrazioni mafiose. Migliaia di pagine nelle quali compare anche il nome dello stesso Landella che, tuttavia, non risulta al momento indagato in nessuna delle diverse inchieste che hanno travolto il Comune di Foggia.

Landella ha voluto esprimere “profonda gratitudine per chi ha scelto di condividere con me la preoccupazione quotidiana di governare la città. I colleghi della Giunta municipale, soprattutto coloro che con straordinaria generosità si sono ultimamente uniti a noi”. Eppure, negli ultimi mesi, proprio la sua maggioranza era stata spesso bersaglio delle inchieste. Oltre a Iaccarino, accusato di corruzione e peculato, nei guai sono finiti diversi consiglieri comunali. Come Antonio Capotosto, ai domiciliari con l’accusa di tentata induzione indebita. O l’ex assessore Bruno Longo, per una tangente da 35mila euro da un imprenditore che si era aggiudicato l’appalto per l’archiviazione dei dati informatici del comune. E ancora le inchieste hanno sfiorato anche Liliana Iadarola, intercettata in auto mentre parlava con il compagno Fabio Delli Carri, ritenuto assiduo frequentatore di uomini legati alla batteria del clan Sinesi-Francavilla, e discutevano del rischio di potenziamento del sistema di videosorveglianza oltre che dell’interrogatorio al quale Delli Carri era stato sottoposto negli uffici dell’Antimafia.

Ma Landella non è stato l’unico a rassegnare le dimissioni: anche il consigliere Consalvo Di Pasqua, eletto nel 2019 con Forza Italia e poi uscito dal partito, ha gettato la spugna. Il suo nome, come quello di Landella, pur non essendo tra quelli indagati, era comparso nelle carte dell’inchiesta che aveva portato all’arresto di Longo. “In questi anni – ha spiegato l’ex primo cittadino di Foggia – abbiamo speso tutte le nostre energie per un rilancio vitale della nostra comunità, senza mai risparmiarci, anteponendo il bene di tutti alle pur legittime ambizioni di ciascuno”. Ma a leggere le carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Iaccarino, ciò che emerge è l’uso a fini personali del ruolo pubblico di alcuni esponenti della maggioranza foggiana, ”un allarmante mercimonio delle proprie funzioni” lo definisce il giudice Antonio Sicuranza.

Tutto questo mentre la Società foggiana, la locale criminalità organizzata definita dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho tra i nemici numero uno dello Stato, continua a stringere il territorio in un abbraccio mortale. In una delle numerose inchieste che hanno colpito l’organizzazione, i giudici scrivono che i suoi affiliati, “come veri parassiti vigliacchi e prepotenti in virtù dell’appartenenza mafiosa, sono incuranti delle conseguenze economiche alle quali possono andare incontro gli imprenditori non in grado di assecondare le loro illegittime richieste” e che la “tracotanza” dei mafiosi si manifesta come “la possibilità di escludere l’affermazione di alcune attività commerciali” e impedisce “la crescita economica della città di Foggia”. Uno strapotere che la malavita foggiana ha costruito potendo contare su pezzi della politica, delle strutture amministrative, sul silenzio di tutte le realtà economiche e commerciali del territorio e, negli ultimi anni, anche sulle scarcerazioni firmate dal giudice Giuseppe De Benedictis, il magistrato barese arrestato alcuni giorni fa con l‘accusa di aver intascato mazzette per la liberazione di detenuti e tra questi alcuni grossi esponenti della mafia foggiana. Insomma, un mare particolarmente burrascoso dal quale tanti stanno cercando di mettersi in salvo. E intanto, Foggia affonda.

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