di Carmelo Zaccaria

E’ finita con una umiliante retromarcia la sfida temeraria innescata dai boss della Superlega. Si è trattato di una scalata ostile per il controllo della piramide del calcio che però non ha tenuto conto dell’ostacolo più ostico e insormontabile che si presentava davanti al loro disegno balordo di trasformare il gioco del calcio in un mega circo mediatico: non si è fatto i conti con l’intifada impetuosa dei tifosi. Non c’è stata partita tra il loro cuore nobile e coriaceo e il portafoglio negletto dei padroni del calcio.

Per primi i tifosi del Chelsea hanno reclamato la propria dignità dopo anni di sacrificio e notti passate al gelo, inneggiando nella vittoria e tormentandosi nella sconfitta, sentendosi sempre parte integrante, costitutiva, del club. Hanno protestato ai propri dirigenti e al mondo intero di sentirsi fan e non consumatori, indignati nel doversi esporre davanti ad una pay-tv, come scimmie replicanti, tra mille gadget pubblicitari.

Fallisce il tentativo onnivoro di una Superlega che aveva l’intento di requisire il pallone e portarselo di soppiatto nel proprio salotto di casa, decretando la fine del gioco “giocato” e lasciando gli spiriti pallonari con il broncio e con la pena di vedersi sottrarre il giocattolo più prelibato dei loro sogni. Il patron Agnelli aveva dichiarato, in modo netto e tranchant: “Il calcio non è più un gioco, ma un comparto industriale, e serve stabilità”. Dove per stabilità, ovviamente, si intendeva denaro, tanto denaro. Parole che nella mente di un tifoso sono suonate sgradevoli e grossolane se pronunciate da un dirigente sportivo di lungo corso, oltre che da un capitano d’industria che avrebbe dovuto tenere conto, assieme agli altri capitani coraggiosi, dello sgarbo inaccettabile che avrebbe destato in milioni di persone che amano ancora un calcio intriso di passione e di dedizione per la propria squadra del cuore.

Bisognava prima riflettere sulla ovvia, intrinseca, diversità che esiste tra gestire una società di calcio e un’azienda che produce yogurt al pistacchio, soffermarsi prima sulle manchevolezze prodotte da lor signori nell’inseguire un gigantismo economico esasperato, macinando costi insostenibili, utilizzando i bilanci come proiezione della loro insaziabile cupidigia, inseguendo obiettivi megalomani attraverso ingaggi ingiustificati, a volte scellerati, o la compravendita di calciatori, nemmeno tanto passabili, scambiati per campioni stratosferici, solo per arrotondare i conti aziendali con comode plusvalenze.

Salvaguardare i bilanci delle società di calcio è importante ma è anche giusto pensare al peso e alla natura dei propri tifosi che ne rappresentano il bene primigenio, quello più prezioso, la parte più ispirata e affascinante, folle e goliardica, tenera e sempre affamata di quel piacere ineguagliabile di sentirsi fanciullo in un mondo di traversie e di tremori, che nessuna esperienza vitale sarebbe in grado di replicare.

Ed è davvero sorprendente che società quotate in borsa, sostenute da invidiabili team organizzativi e finanziari, non abbiano pensato di arginare il progressivo indebitamento riprogrammando la riduzione dei costi interni, differenziando il business e recuperando, come è già stato sperimentato, un solido rapporto con i tifosi attraverso l’azionariato popolare.

Se si è arrivati a questa soluzione rocambolesca e carbonara forse è perché in fondo si è ritenuto che il pallone, nel gioco del calcio, è diventato persino superfluo, non serve neanche più, tanto valeva farlo sparire dal rettangolo di gioco e spegnere le luci degli spalti. Nel business moderno, in un mondo sempre più scivoloso e senza pensiero, la strada più facile rimane quella di aggrapparsi ai soldi. Tuttavia la prospettiva di elevare e concentrare la competizione tra pochi pescecani avrebbe finito inevitabilmente per alimentare maggiori bisogni di far debito e provocando ulteriori trasfusioni di denaro, finché tutto il sangue del calcio non risultasse raggrumato.

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