Prima di tutto le aperture: per Matteo Salvini devono essere il più estese possibile e senza tenere in considerazione i dati sui contagi e i morti.E per questo i suoi si sono astenuti in consiglio dei ministri. Poi il ddl Zan contro l’omotransfobia: è sostenuto dalla maggioranza (Pd-M5s-Leu-Iv e parte di Fi), ma tenuto in ostaggio dal Carroccio. Senza dimenticare la sfiducia al ministro della Salute Roberto Speranza: è la campagna di Fratelli d’Italia, i leghisti (per ora) dicono che voteranno contro, ma chiedono che l’esponente di Leu “cambi linea”. Insomma, neanche due mesi dopo la nascita del governo Draghi, la Lega è già stanca di stare in maggioranza e coglie ogni occasione per mostrare le sue insofferenze, provocare l’esecutivo e cercare di sfilarsi. A pesare sulla strategia c’è sicuramente un fattore: il calo consistente e costante nei sondaggi. Secondo l’ultima rilevazione di Swg, la Lega è scesa sotto il 22%, in picchiata rispetto al 34 per cento delle elezioni Europee. E ora le preoccupazioni per Salvini in crisi nei consensi aumentano: il segretario Pd Enrico Letta, solo una settimana fa a Piazza Pulita su La7, ha ribadito che spera “il governo Draghi arrivi a fine legislatura”. Ma per il Carroccio, guardando ai sondaggi, è proprio quella la prospettiva peggiore e aumentano le pressioni (e i malumori) sul segretario perché cambia la linea.

Ecco perché ogni giorno e ogni occasione in Parlamento sono buone per minare la stabilità della maggioranza, o comunque far capire che i leghisti non hanno ancora capito da che parte stare: ieri ad esempio, la Lega ha presentato 250mila emendamenti in commissione al ddl per inserire l’ambiente in Costituzione. Stamattina i segnali di tensione sono iniziati in Senato, quando a parlare in Aula è stato il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. L’oggetto dello scontro era il ddl Zan, ma al di là delle ormai note resistenze della Lega, è stato chiaro fin da subito che l’oggetto della contesa fosse solo un pretesto. “Andare avanti con temi divisivi vuol dire avvelenare il clima nel Parlamento e mettere a rischio una situazione già difficile tra noi”, ha detto infatti Romeo intervenendo in Aula. “Non scateniamo incendi in varie commissioni oggi sul ddl Zan, domani sarà lo ius soli e altri. Io penso che questo non sia assolutamente possibile, ma che ognuno si prenda le proprie responsabilità di fronte al governo e al presidente Mattarella”. Secondo Romeo il problema sarebbe strutturale: “E’ un mese che chiedo una riunione con i capigruppo per decidere quali disegni di legge calendarizzare nelle varie commissioni. La risposta è che in ogni commissione la vecchia maggioranza (quella che sosteneva il governo Conte bis, ndr) vuole andare avanti a calendarizzare provvedimenti identitari e in molti casi divisivi”. Ma non solo: “In Parlamento la vecchia maggioranza va avanti come se al governo ci fosse ancora Conte“. A Romeo ha replicato la capogruppo Pd Simona Malpezzi, cercando di far rientrare lo scontro: “Visto che c’è una maggioranza ampia a sostegno del governo, il Parlamento può votare i decreti per l’emergenza e lavorare sui disegni di legge di iniziativa parlamentare. Una cosa non esclude l’altra. Discutiamo di tutto ma lavoriamo”, ha detto. “Ma il problema è più generale. Non è possibile che una forza politica possa avere diritti di veto sulle discussioni parlamentari, soprattutto, su provvedimenti che sono stati già votati alla Camera. Noi chiediamo solo di poter cominciare a discutere”. Addirittura tentativi di mediazione sono arrivati da Forza Italia: “Incontriamoci in riunioni di maggioranza e stabiliamo insieme le priorità sui temi da trattare nelle commissioni e in Aula evitando di scivolare, come sta accadendo oggi, su una polemica che la natura del governo in carica non merita. Qualcuno deve ricordarsi che non c’è più il governo Conte, c’è un governo di unità nazionale, di salute pubblica, direi”, ha ribattuto in aula Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato.

Le ennesime tensioni sul ddl Zan hanno spinto il governo a intervenire. Per questo, in tarda mattinata, è stato inviato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, che ha convocato i capigruppo di maggioranza in Senato. L’incontro ha portato a a una debole mediazione: nessun accordo è stato raggiunto sul ddl Zan (che sarà nuovamente rinviato), ma si è trovata un’intesa sul via libera alla calendarizzazione per mercoledì 28 aprile della mozione di sfiducia presentata da Fdi in Senato contro il ministro Roberto Speranza. L’importante per la maggioranza (e per il governo) era riuscire a votare il prima possibile per blindare il ministro della Salute e limitare gli attacchi quotidiani. Ma anche su questo punto il Carroccio si mostra ondivago. “Non metteremo in difficoltà il governo”, ha garantito Romeo. Ma ha anche detto: “Non ce l’abbiamo con il ministro Speranza come persona, ma con la linea ostinata, che deve cambiare“. E se la linea non cambia da qui al 28 aprile? Le strade per Matteo Salvini e i suoi sono tutte aperte.

E di sicuro segnali di distensione non sono arrivati dal consiglio dei ministri: per tutto il pomeriggio i pontieri sono stati al lavoro per riuscire a trovare un accordo sulle riaperture dei ristoranti al chiuso anche la sera e sullo slittamento del coprifuoco. Mediazioni che non sono andate in porto e che hanno portato la Lega all’astensione in cdm, di fatto creando un primo e concreto strappo. Uno strappo annunciato già in mattinata da Matteo Salvini: “Noi – ha detto Salvini – poniamo condizioni di buonsenso che vengono dalle Regioni e anche dalla scienza: spero che le mie richieste vengano accolte. Non me l’ha scritto il dottore di approvare cose che non mi convincono”. Ma l’astensione è destinata ad avere conseguenze: “Spiace per l’atteggiamento Lega”, hanno fatto sapere fonti M5s dopo il voto in cdm. “Questo governo è nato per incoraggiare la coesione nazionale. Oggi è stata messa in discussione l’unità delle nostre decisioni. In un momento come quello che stiamo vivendo, l’interesse per il Paese viene prima di quello di partito. Purtroppo dalla Lega è un film già visto, che non ha pagato”.

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