di Monica Valendino

Gianni De Biasi, grande allenatore troppo sottovalutato in Italia, era solito dire ai suoi giocatori che non saranno mai squadra se continueranno ad anteporre il nome che portano dietro la maglia al simbolo che portano sul cuore, davanti. Per i club, invece, i giocatori non sono nulla se antepongono il loro nome a quello degli sponsor che hanno stampato oramai su tutta la maglia. Perché il calcio è da anni schiavo di chi paga, ma i presidenti non sono le vittime del sistema, piuttosto sono i carnefici. Hanno creato una bolla speculativa gonfiando il loro prodotto con cifre senza logica (chi può dare un algoritmo con il quale si valuta un giocatore anche trecento milioni?), andando poi a pagare gli stesi giocatori, gli allenatori e soprattutto gli agenti cifre folli che spesso hanno azzerato i guadagni.

Da anni si parlava di quella che oggi è diventata ufficialmente la Superlega europea, che vorrebbe ricalcare il professionismo americano ma che con esso non spartisce nulla perché negli States il sistema garantisce un equilibrio sportivo tra le partecipanti. Qui si tratta di puro egoismo, del resto da tempo l’agnellino ruggente va piangendo perché squadre come per esempio l’Atalanta, a suo parere, sono un danno per il sistema che vorrebbe. E che alla fine pare aver portato a termine.

In questa dichiarazione di guerra, i tifosi ne stiano certi, a vincere saranno comunque loro, i club che hanno creato lo scisma più importante alla religione calcio. Uno scisma che tutti vorranno ricomporre perché i campionati senza le cosiddette grandi non hanno senso di esistere (anche a livello economico) e perché la Superlega annunciata partirebbe comunque con grane giudiziarie che farebbero tremare le gambe anche a Perry Mason.

Alla fine il tutto si ricomporrà, ma senza più le coppe europee così come le abbiamo conosciute. Si arriverà comunque a una competizione (la Champions) riservata per diritto divino a quei club che portano introiti. Poi magari qualche posto sarà riservato ad altri per merito sportivo. Per gli altri si organizzeranno altre due competizioni, forse inserendo promozioni e retrocessioni, definendo di fatto la lenta morte delle leghe nazionali in favore di tre serie paneuropee. Di fatto i club più grossi si divideranno la torta maggiore, i medi si giocheranno le loro carte in tornei dall’Ucraina fino al Portogallo spacciandoli per campionati.

Con buona pace dei tifosi, i quali devono subire e pagare ovviamente. Nessuno li ha interpellati, tutti li obbligano a sottoscrivere abbonamenti sempre più diversificati e sempre più costosi che allontanano sempre più le persone dagli stadi. O almeno le “persone comuni”, perché il calcio da che mondo e mondo è sport del popolo, quello che una volta riempiva di passione le domeniche trovando in questo gioco così miracolosamente semplice e complesso il modo per identificarsi e spesso sentirsi rappresentato. Storie di rivalsa e di lotta che hanno scritto pagine e pagine di libri di storia non solo sportiva, che vengono messi in soffitta per favorire chi il mondo l’ha sempre comandato: i ricchi.

Coloro che dettano le regole in ogni campo, coloro che fanno i soldi nell’unico modo che si può, ovvero avendo i soldi. Coloro che lasciano le briciole agli altri. Coloro che calpestano i sentimenti universali che da decenni governano il calcio, pensando che tutto gli sia dovuto.

Ebbene non è così, perché a meno che la gente non si adegui assuefatta a tutto, c’è sempre la possibilità di cambiare canale in tv mandando tutto a quel paese, magari riscoprendo il gusto di andare sui campi di periferia tra maglie senza nomi stampati sopra, tra fango e pioggia, polvere e caldo, sudore e voglia di battersi a pallone in nome di quel simbolo che sta davanti al cuore. E che non ha prezzo.

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