Sarà pure un’inattendibile macchietta, però il premier inglese Boris Johnson ha fatto un certo scalpore dichiarando che per la salvezza dal Coronavirus vanno ringraziati il Capitalismo e l’Avidità. Dal punto di vista dell’atteggiamento mentale, l’esatto opposto di quanto l’altra sera diceva Fabio Volo, con quel suo modo candido e pacato, senza essere mai banale, di esporre i propri convincimenti: dal contagio pandemico dobbiamo uscire diversi, perché altrimenti sarebbero state inutili le dolorose prove affrontate, i tanti morti, i lutti che ci hanno colpito.

L’obbligo di essere diversi avendo appreso sulla nostra stessa pelle quanto insensato e devastante fosse il come siamo arrivati a tanto. Soprattutto non casualmente. Viste le ormai evidenti concause epidemiche che addebitano le responsabilità del disastro proprio ai beniamini dell’ilare Johnson: la devastazione dell’ambiente e la soppressione del concetto stesso di bene pubblico, a partire dalla svendita della sanità.

Se è lecito personificare, la contrapposizione netta tra l’affermazione di una solidarietà riscoperta (Volo) e la pervicacia nel riproporre le screditate assiomatiche dell’individualismo possessivo. La mistificazione dei benefici effetti inintenzionali dell’egoismo, assicurati da una Mano Invisibile artritica già da quando fu tirata in ballo. E non vale la pena di accusare del misfatto ideologico, con cui per quasi tre secoli si sono spacciati accaparramento e disuguaglianza quali dispensatori di vantaggi collettivi, il presunto colpevole suo malgrado Adam Smith; il quale, da bravo moralista scozzese, considerava la sopravvivenza di valori mutualistici pre-capitalisti condizione irrinunciabile per il funzionamento dell’ordine capitalistico che andava imponendosi.

Il fatto è che la “linea Volo” si sta rivelando tragicamente minoritaria, mentre è sempre più impetuoso il ritorno egemonico dei propugnatori alla Boris Johnson del metro plutocratico. L’inquietante corsa al passato dei nipotini di Reagan e Thatcher, cresciuti alla scuola di cattivi maestri compiacenti come Milton Friedman e Friedrich Hayek. La corsa alla restaurazione che accredita come unica ricetta possibile l’avidità capitalistica e le conseguenti graduatorie sociali, con in testa il privilegio e giù, giù fino al disprezzo dell’indigenza.

Dopo una breve eclissi indotta dal discredito, oggi tornano sulla scena gli ineffabili banchieri, acclamati come eroi lungamente rimpianti. Quelli che, nella crisi del 2011 a seguito del crollo di Wall Street, ottennero il salvataggio dei propri istituti da parte dei vari Stati e a fine anno passarono a dividersi le somme di denaro pubblico ricevuto sotto forma di benefit. Personaggi arroganti e spocchiosi, convinti di essere Master of Universe, che vanno in televisione come Lorenzo Bini Smaghi (quello che si era imbullonato alla poltrona della Bce) per formulare a muso duro la ferale domanda: devono essere i virologi a stabilire le priorità securitarie nella pandemia? E chi dovrebbe farlo? I banchieri, che da quarant’anni azionano la pompa aspirante che ha prosciugato le risorse dell’intero ceto medio occidentale?

I signori del denaro come il loro confratello Mario Draghi che, accompagnato dal birignao adorante delle Concite De Gregorio, si è installato a capo del governo dei Migliori per l’annunciato “cambio di passo”. Ossia – tra condoni e aperture scriteriate – scelte a vantaggio di chi reclama la priorità del portafoglio rispetto alla vita e usa allo scopo qualche Matteo servizievole; politicanti intenti a crescere nei consensi vezzeggiando l’incoscienza plebea che si presume diritto alla spensieratezza.

Chi si opporrà all’assedio di questa nuova ondata irresponsabile, che ha sfiancato i Roberto Speranza fino a ridurli a tappezzeria per la conferenza del premier in cui si annuncia l’opposto di quello per cui si erano battuti? Intanto Beppe Grillo si balocca con la sua creatura Roberto Cingolani; ministro della Transizione ecologica che autorizza il ritorno delle trivelle Eni in Adriatico.

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