Mentre i corifei e altri propagandisti proseguono l’opera di santificazione del Mario Draghi, l’algido banchiere che dopo due conferenze stampa abbastanza impacciate viene descritto come un simpaticone gran comunicatore, mentre i commentatori per partito preso alla Alessandro De Angelis annunciano l’imminente cambio di passo del governo (a seguire di quelli già più volte annunciati), mentre la Lilli Gruber si accoda agli altri provincialotti di Repubblica nel profetizzare una successione tra Merkel e Draghi nella leadership del concerto europeo… se dopo tutto questo po’ po’ di cori al diapason saltasse fuori che la spinta propulsiva dell’operazione incentrata su tale personaggio, vestito quotidianamente da sposo di paese in perfetto look bancario, fosse già arrivata ad esaurimento?

Difatti, se c’era un senso nell’insensato appello al governo di salute pubblica promulgato dal Presidente Mattarella, che metteva in un unico mazzo forze politiche altamente disomogenee e impensabili come collaborative in una logica di efficienza, se qualche vantaggio poteva essere intravisto nell’orrida ammucchiata, questo era il tentativo di superare l’impasse; lo stallo che impediva di affrontare efficacemente l’emergenza pandemia. Ossia l’impossibile coordinamento governativo di un’azione che necessariamente transita per le istituzioni regionali; a seguito della cessione di competenze operata dalla malaccorta modifica in senso federalista del titolo V della Costituzione, attuata nel 2001 dal governo presieduto da Giuliano Amato.

L’apparente furbata – pretesa dell’allora candidato del centrosinistra Francesco Rutelli – di quella devoluzione che, in prossimità delle elezioni, squassava il sistema italiano di governo della sanità. L’obiettivo di intercettare a favore della propria coalizione un voto leghista che non si prestò ai bluff di questi pokeristi maldestri. Difatti divenne premier Silvio Berlusconi, trionfatore dopo aver ridicolizzato il piacione Rutelli, presunto sicuro beneficiario dell’accrocco costituzionale.

Un lascito velenoso, che in pandemia ha vanificato il coordinamento da parte dello Stato, anche perché l’intero Nord controllato dalla Lega remava contro. Da qui l’idea di imbarcare in un governo (ironicamente definito “dei migliori”) anche i referenti politici di chi continuava a boicottare per puro spirito di bottega. Ossia la manovra di Palazzo del 13 febbraio 2021, che annunciò l’avvento della restaurazione in cambio del bene supremo della concordia.

Per cui i cerberi da lockdown Giuseppe Conte e Roberto Speranza, con la loro pretesa di anteporre la lotta al contagio a tutto il resto, venivano espulsi o messi nella condizione di non nuocere; per cui si mandava un messaggio alla magistratura che i tempi cambiano, non si poteva più disturbare il manovratore e gli scialacquatori di pubblico denaro (tipo spese pazze) andavano assolti; per cui si rassicurava la Confindustria dei pasdaran alla Carlo Bonomi che ora il governo era dalla sua parte e la società Autostrade andava lasciata in pace (anche se, da un fatidico viadotto, continuano a cascare pezzi di cemento armato sulla testa dei genovesi).

Così, accompagnato dagli osanna, è arrivato il frontman Draghi; da cui si attende il tanto sospirato “cambio di passo” nelle vaccinazioni, che per ora l’ammuina sugli organigrammi e l’arrivo di un generale feticista delle mostrine non assicurano. E la lumbard Letizia Brichetto Moratti può proseguire la ‘cancellazione’ degli over 80 iniziata a Palazzo Lombardia già dal suo predecessore.

Questo perché l’azionista di maggioranza nel governo – Matteo Salvini – continua nella sua campagna elettorale permanente, finalizzata a consolidare i consensi del proprio target elettorale: il ceto anarcoide, refrattario a ogni regolazione e alla stessa idea di bene comune, che si è stufato di appelli alla responsabilità civica e risponde solo al richiamo (“contagioso” in tutti i sensi) del proprio vitalismo tribale. Forse Mattarella, invece che su Draghi, avrebbe dovuto puntare su Flavio Briatore premier.

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