Mentre le aspettative messianiche sull’era Draghi, sparse a piene mani più con dolo che con colpa dalla “gente che conta”, vengono drasticamente ridimensionate dalla realtà quotidiana, gli italiani hanno modo di rendersi conto sempre meglio della progressione degli attacchi concentrici alla luce del sole e delle manovre cospirative più o meno riuscite, maturate sempre in ambienti massonici, ramo P2, per liquidare l’indigesto “Giuseppi”.

Le “qualità”, lo stile, i curricula e il modus operandi dei personaggi che si sono attivati per demolire giorno dopo giorno l’operato e la credibilità di Giuseppe Conte come premier e uomo delle istituzioni, e per tracciare e imporre quella che avrebbe dovuto essere la fisionomia “dell’antipode” dell’avvocato del popolo, sono molto dissimili, ma la determinazione a liberarsi dell’alieno al sistema divenuto troppo popolare è stata ferrea e condivisa.

Silurare “il cretino” insieme al suo governo di “scappati da casa” era l’obiettivo prioritario da molto tempo, fin dalla primavera del 2020 di Luigi Bisignani, firma blasonata dei giornali del forzista Antonio Angelucci che già allora considerava l’ex premier “uno yogurt scaduto”, arrivato al capolinea perché incapace di governare; e dalle pagine del Tempo si domandava con crescente impazienza che cosa aspettasse Renzi a mollarlo, con la vivida speranza che riuscisse a mettere in moto la politica e a evitare, testuale, che “Giuseppi si faccia il suo partito di manettari e diventi un dittatorello sudamericano”.

Poi a seguire è un crescendo di allarmi e scomuniche per un presidente del consiglio di cui sono tutti stufi e disgustati, dal Papa al presidente della Repubblica passando per i partner europei: Conte è descritto come un uomo solo, incapace di qualsiasi decisione, travolto dal discredito interno e internazionale, soffocato in una stretta mortale, chiuso nella sua bolla di effimera vanità mentre il paese va a rotoli. Finché grazie all’intervento salvifico di Matteo Renzi, con il placet di Mattarella, si mette finalmente la parola fine al governo fallimentare di Giuseppi l’uomo Beta, e si inaugura l’aetas felix del “governo autorevole” di Supermario.

Va riconosciuto che il calvario subìto dal paese durante l’era Conte contrapposto alla magnificata rinascita connaturata al governo Draghi non è certo una narrazione esclusiva di Luigi Bisignani. Anche se i toni e l’accanimento del giornalista-faccendiere dal curriculum infinito riescono a trascendere l’avversione mediatica diffusa e trasversale che ha accompagnato l’esperienza del Conte 1 e del Conte 2, entrambi bollati dal marchio infamante di essere a trazione M5S.

Già iscritto alla P2, condannato a 2 anni e 8 mesi per aver smistato la maxitangente Enimont, in ottimi rapporti con lo Ior dove aveva aperto un conto super riservato su cui sono transitate cifre vertiginose, Luigi Bisignani è l’uomo “che collega” i lobbisti della “cricca” della P3 e non solo, il regista occulto delle manovre della cosiddetta P4 dedita alla gestione e manipolazione di notizie coperte da segreto (solo per citare le imprese più eclatanti). Un onnipresente evergreen che collega le trame del Belpaese e che “sussurra ai potenti”, quelli veri, e non perdona nulla agli irregolari e “abusivi” che hanno la colpa imperdonabile di gestire il potere onestamente e dignitosamente, senza diventarne schiavi ed essere disposti a tutto pur di conservarlo.

All’identico obiettivo di Bisignani – liberarsi dell’ “incapace”, “vanitoso” e “presuntuoso” – si è contemporaneamente applicato con analoga tenacia un personaggio dal curriculum decisamente più modesto: anche lui “gelliano”, amico sia del “Maestro venerabile” della P2 che di Flavio Carboni e che gravita da anni tra ambienti politico-massonici. Si tratta dell’ex tesoriere della Lega Gianmario Ferramonti che, come emerge dalle dichiarazioni contenute nell’inchiesta di Report e anticipate dal Fatto, ha cercato ripetutamente di “sussurrare” all’orecchio di Maria Elena Boschi, pare senza esito, per essere ascoltato da Matteo Renzi proprio nei giorni in cui lo statista di Rignano pianificava le mosse decisive per liquidare il Conte 2.

L’aiutino promesso o millantato dall’intraprendente Ferramonti consisteva, stando alle sue parole ribadite anche nell’intervista a Tommaso Rodano sul Fatto del 13 aprile, “in un patrimonio di voti delle imprese italiane a disposizione per chi ci avesse liberato da Conte”. Si sarebbe trattato di “un milione di voti” da dirottare su Italia Viva; e destinatario dello stesso identico messaggio sarebbe stato anche Denis Verdini, con cui Ferramonti ha dichiarato di vedersi spesso prima dell’arresto e ha anche sottolineato che “i due Matteo – Renzi e Salvini – sono molto legati a lui”.

Dunque da questo quadro, dove un presente alquanto grigio, per non essere più pessimisti, e un passato (remoto e recente) decisamente opaco e fosco si saldano in perfetta continuità, emerge solo una nota lieve e involontariamente comica. Dopo tutto il lavorio occulto e palese per abbattere Conte, i faccendieri sembrano scontenti; o almeno lo è Gianmario Ferramonti, che assicura: “Se avessi saputo che le cose andavano così, non mi sarei preso il disturbo. Siamo passati dalla padella alla brace. Draghi sta facendo peggio di Conte”. E aggiunge convinto che “il malcontento è condiviso ovunque”, inclusi gli ambienti massonici a lui vicini.

Se fosse vero che Draghi sta duramente deludendo quelli che hanno brigato con ogni mezzo per sostituirlo a Conte, oltre ad assistere all’ennesimo trionfo della nemesi, potremmo persino nutrire qualche modesta aspettativa sul governo che non avremmo mai voluto.

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