Il varo effettivo del Recovery fund si sta rivelando molto più complicato del previsto. Mentre per tutti i Paesi membri si avvicina la scadenza di fine aprile entro cui vanno presentati i piani nazionali di ripresa e resilienza, l’iter che deve sfociare nella raccolta di fondi sul mercato da parte della Commissione europea è in alto mare. A complicarlo – potenzialmente allontanando l’arrivo delle risorse per la ripartenza post Covid – non c’è solo il ricorso d’urgenza alla Corte costituzionale tedesca contro la ratifica. In Polonia è emerso un problema politico non secondario, perché uno dei partiti della coalizione nazionalista di governo è contrario alla clausola sul rispetto dello Stato di diritto e non intende votare il via libera al pacchetto di stimolo. Non solo: sottotraccia, a Bruxelles è in corso una battaglia diplomatica cruciale sulle cosiddette “nuove risorse proprie”, cioè le entrate fiscali aggiuntive di cui Bruxelles avrà bisogno per ripagare gli Eurobond da emettere per finanziare il Next generation Eu. Mercoledì la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il commissario al bilancio Johannes Hahn presenteranno ufficialmente la strategia di finanziamento per raccogliere a debito i 750 miliardi necessari.

Le ratifiche in bilico dalla Germania alla Polonia – Le ratifiche nazionali stanno procedendo, ma a rilento. A febbraio la von der Leyen, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e Charles Michel che guida il Consiglio Ue avevano auspicato che fossero tutte completate entro fine marzo, in modo da poter distribuire gli anticipi ai Paesi a giugno. Quell’obiettivo è stato clamorosamente mancato: finora hanno ratificato 17 Paesi su 27. Così ora il traguardo è stato spostato alla fine del secondo trimestre. Ma la Germania è appesa alle decisioni dei giudici di Karlsruhe, attese entro fine mese, in Ungheria e Paesi Bassi restano forti resistenze e in Polonia la maggioranza di destra che sostiene il governo di Mateusz Morawiecki è a rischio proprio su questo punto. Uno dei tre alleati, Polonia Unita, si è messo di traverso annunciando il suo no a “debito comune e federalizzazione dell’Ue”, come ha spiegato il sottosegretario Michał Wójcik. Per il via libera potrebbero essere necessari i voti dell’opposizione. Domenica il ministro delle Finanze Tadeusz Koscinski è stato costretto a fare appello alla responsabilità dalle pagine del Financial Times, avvertendo che “sarebbe una mossa suicida votare contro” perché “non saremo in grado di reperire fondi del genere al di fuori dell’Ue. Soprattutto a quel prezzo”. Lo stesso Koscinski però non ha risparmiato critiche sull’approccio di Bruxelles che chiede impegni su progetti a lungo termine – come la riforma della giustizia – non legati alla ripresa immediata dei consumi: “Loro chiedono riforme, noi vogliamo che la gente torni a spendere e l’economia riprenda a girare”.

La battaglia sulle risorse proprie – Ammesso anche che nei prossimi due mesi tutte le ratifiche andassero in porto, i problemi da risolvere non sarebbero finiti. Secondo il Financial Times, che ha raccolto le voci di alcuni diplomatici di stanza a Bruxelles, ci sono ancora fortissime divisioni tra i Paesi membri sul merito di quelle “risorse proprie” aggiuntive di cui la Commissione avrà bisogno per ripagare il debito emesso. Le risorse proprie sono entrate fiscali dell’esecutivo europeo indipendenti dai contributi al bilancio versati dai singoli Paesi: un esempio è la quota di Iva che viene trasferita al’Unione. L’accordo raggiunto a fine 2020 da Parlamento e Consiglio prevede l’introduzione di nuove tasse sufficienti a ripagare i 750 miliardi che verranno presi a prestito e i relativi interessi. Tasse da individuare tenendo presenti le priorità della Commissione, a partire dalla lotta al cambiamento climatico.

Già quest’anno è prevista l’introduzione di una plastic tax europea sugli imballaggi non riciclati. Poi entro giugno va rivisto il sistema delle quote di emissione di Co2 (Ets) e vanno presentate le proposte per una carbon tax alla frontiera e una digital tax da introdurre poi entro il gennaio 2023. Ma ora che il tempo stringe stanno emergendo le solite resistenze nazionali. I Paesi ancora dipendenti dal carbone frenano sull’estensione e rafforzamento del sistema Ets e i ministri delle Finanze di “diversi Paesi”, secondo il Ft, hanno chiesto alla Commissione di non procedere sulla strada della digital tax per non interferire con i negoziati a livello Ocse sulla tassazione delle multinazionali. “Ci sono difficoltà di ogni tipo”, chiosa un diplomatico citato dal quotidiano britannico. “Non ci sarà una soluzione a breve”.

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