Le lobby dell’acciaio, della chimica e del cemento, come da attese, si sono alleate per annacquare un’ambiziosa risoluzione del Parlamento europeo che chiedeva di eliminare gradualmente i diritti gratuiti ad emettere Co2 in atmosfera. La notizia è che hanno già segnato un primo punto. Il 9 marzo, con una maggioranza risicata guidata da Ppe, Conservatori e riformisti e sovranisti di Identità e democrazia, gli eurodeputati hanno votato contro lo stop al meccanismo che avvantaggia i grandi inquinatori. Per Yannick Jadot, il relatore dei Verdi, “la battaglia è appena iniziata”. Perché a giugno è attesa la proposta della Commissione europea sulla revisione dell’Eu Emissions Trading System (Ets), il meccanismo che dal 2005 impone a chi emette gas serra di acquistare i relativi diritti su un mercato virtuale. L’intenzione è quella di chiudere progressivamente la falla per cui, di fatto, i settori responsabili del 94% dell’inquinamento da manifattura ricevono le quote senza pagare. Ma l’esito finale, come dimostra il voto di pochi giorni fa, dipende da chi la spunterà tra grande industria e istituzioni Ue.

Lo scorso anno Valdis Dombrovskis, vice di Ursula von der Leyen, aveva annunciato l‘eliminazione progressiva delle quote gratuite in contemporanea con l’introduzione di una nuova tassa da applicare ai beni importati da Paesi con standard ambientali più permissivi. La cosiddetta “carbon tax alla frontiera”, che renderebbe per esempio più costosi e dunque meno competitivi sul mercato europeo l’acciaio, l’alluminio, il cemento e i fertilizzanti prodotti in Cina o Turchia. Oltre a fornire “risorse proprie” aggiuntive alla Ue. In questo modo le imprese del Vecchio Continente sarebbero protette dalla concorrenza sleale delle industrie basate in Stati dove non ci sono oneri aggiuntivi per chi inquina. L’ovvia conseguenza sarebbe il venir meno del rischio sempre paventato dai rappresentanti delle imprese inquinanti: la delocalizzazione delle attività fuori dalla Ue. Risultato: i permessi gratuiti, giustificati finora con la necessità di eliminare quel rischio, non servirebbero più visto che chi produce fuori dall’Europa pagherebbe una tassa equivalente al costo sostenuto da chi opera nel Continente (oggi il prezzo dei permessi a inquinare è al massimo storico, intorno a 40 euro a tonnellata).

Questo ragionamento lineare ha però incontrato fin dall’inizio la netta opposizione delle associazioni che riuniscono i grandi produttori: Eurofer per l’acciaio, Cembureau per il cemento, il Cefic per l’industria chimica, European Aluminium per l’alluminio. Come raccontato a dicembre da ilfattoquotidiano.it, già durante la consultazione pubblica lanciata dalla Commissione la Confindustria europea BusinessEurope e le altre lobby hanno lanciato l’allarme sui “notevoli rischi e incertezze” legati, a loro dire, alla sostituzione delle vecchie regole con la carbon tax. E hanno chiesto che la tassa alla frontiera affianchi ma non sostituisca le quote di Co2 gratuite di cui godono. La storia si è ripetuta nelle scorse settimane, poco prima del via libera alla risoluzione dell’Europarlamento che – in vista delle decisioni della Commissione – propone appunto l’introduzione di un “Meccanismo di tassazione del carbonio alla frontiera“.

La versione iniziale diceva chiaramente all’articolo 28 che la nuova tassa “dovrebbe andare di pari passo con l‘eliminazione graduale, parallela, rapida e definitiva” delle quote gratuite, “in modo da evitare una doppia protezione per gli impianti dell’Ue” e rendere il meccanismo compatibile con le regole internazionali dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Ma, come rivelato da Reuters, il 4 marzo – la settimana prima del voto – Eurofer insieme a Cefic, Cembureau e Fertilizers europe ha inviato e-mail agli europarlamentari sollecitandoli a rivedere il testo. E così è stato. Il 9, la Plenaria ha approvato un emendamento proposto da un centinaio di deputati, compresi i forzisti Massimiliano Salini, Salvatore De Meo, Aldo Patriciello e Fulvio Martusciello, che depotenzia la risoluzione. Il passaggio sulla necessità di eliminare i permessi a inquinare gratis viene cancellato. Hanno votato a favore in 344, per la maggior parte europarlamentari di Ppe (ci sono i nomi di Antonio Tajani e Silvio Berlusconi), Ecr e Identità e democrazia. Ma tra i sì ci sono anche quelli di 25 esponenti del S&D (Socialisti e democratici), come Carlo Calenda, l’ex ministro Pd Paolo De Castro e i dem Brando Benifei e Patrizia Toia. 329 i contrari, tra cui i 5 stelle Tiziana Beghin, Daniela Rondinelli, Fabio Massimo Castaldo e Dino Giarrusso, i fuoriusciti M5s (oggi nei Verdi) Ignazio Corrao, Eleonora Evi, Rosa D’Amato e Piernicola Pedicini, i dem Giuliano Pisapia, Irene Tinagli, Alessandra Moretti, Andrea Cozzolino, Pina Picierno. “Abbiamo votato contro perché non vogliamo che ci siano ancora queste forme di sostegno che sono nocive per l’ambiente”, spiega la capodelegazione Beghin.

Ora la palla passa alla Commissione, che deve rendere più efficace il sistema Ets se vuole raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e azzerarle al 2050. Tralasciando l’anno della pandemia, finora i gas serra sono diminuiti solo grazie al contributo dei grandi produttori di energia che le quote le pagano, mentre l’inquinamento prodotto dall’industria Ue è rimasto più o meno stabile. Perché molti settori le ricevono gratis. Un meccanismo che, come ha ricordato Jadot, “è stato oggetto di aspre critiche anche da parte della Corte dei conti europea. Sono decine di miliardi di euro che vanno a beneficio di gruppi che non hanno fatto sforzi in materia di clima”. Tra i grandi inquinatori che ne hanno tratto più vantaggio ci sono ThyssenKrupp e ArcelorMittal, in prima fila per convincere l’Ue a non cambiare nulla. “Una tassa alla frontiera che rimpiazzi le misure attuali minerebbe la capacità dei produttori Ue di investire in tecnologie innovative necessarie per adempiere agli obblighi di riduzione delle emissioni”, ha sostenuto l’affittuaria dell’ex Ilva nella sua memoria di 23 pagine dello scorso anno.

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