Finisce di nuovo nel mirino della Corte dei Conti l’inefficacia della riscossione dei crediti fiscali già accertati, che rende necessaria la riforma annunciata dal governo Draghi come fase due dopo il condono inserito nel decreto Sostegni. “Ogni anno, dei 160/170 miliardi di euro circa (di cui 60/70 in conto competenza) che vengono mediamente considerati di riscossione certa, in concreto ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi di euro, non risultando quindi sufficientemente dimostrati i criteri di costruzione delle stime effettuate o comunque delle annotazioni contabili relative alle somme ritenute di riscossione certa (presumibilmente comprensive delle dilazioni di pagamento e, soprattutto, delle somme giudiziariamente controverse, tutt’altro che “certe”)”, scrive la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte nella delibera sulla gestione dei residui di riscossione nel bilancio dello Stato. Gestione che, dunque, “presenta numerose criticità“.

La magistratura contabile, che ogni anno nel giudizio di parificazione sul bilancio dello Stato mette in luce tutte le falle del sistema di recupero dell’evasione, nota che “se, apparentemente, dopo la loro riduzione in base alla probabilità della riscossione, le somme di riscossione certa (anche se l’effettiva riscossione è ritardata) dovrebbero avere un elevato livello di affidabilità ed attendibilità, sembra rimanere una divergenza tra gli importi ritenuti tali nel conto consuntivo – e che, quindi, sono considerati ai fini della determinazione del valore delle entrate complessive – e quelli effettivamente riscossi”.

L’attenzione si concentra sull’Allegato 24 al conto consuntivo delle entrate, che rendiconta i resti classificati in base al grado di esigibilità e ridotti secondo la probabilità della riscossione. La Corte raccomanda la corretta applicazione delle norme che impongono di scorporare, dalle somme considerate di riscossione certa, le dilazioni di pagamento concesse e, soprattutto, le somme per le quali pende un contenzioso giurisdizionale (e, quindi, ritenute incerte), che vanno ritenute prevedibili entrate “non certo nella loro totalità, ma solo per la parte che presumibilmente verrà introitata in esito al contenzioso, secondo un giudizio prognostico/probabilistico“.

A questi problemi si è aggiunto “l’emergere di discordanze contabili e rettifiche automatiche poste in essere dal sistema informativo della Ragioneria generale dello Stato che hanno inciso sulla veridicità e attendibilità dei dati contabili di bilancio (discordanze, fra l’altro, annualmente evidenziate dalla Corte tra conti periodici riassuntivi e Rendiconto generale dello Stato, che hanno indotto le Sezioni Riunite della Corte a non parificare quest’ultimo, per le poste relative, in sede di giudizio di parificazione)”. A questo fenomeno dovrebbe porre rimedio la futura introduzione dell’accertamento qualificato, per il quale l’iscrizione nello stato di previsione dell’entrata avverrebbe in base alla prevedibile riscuotibilità del credito.

La Corte ritiene poi che si debba provvedere “ad una riconduzione dei carichi residui affidati all’Agente della riscossione e, più in generale, dei resti da riscuotere oramai riconosciuti assolutamente inesigibili, a una rappresentazione più plausibile, attraverso la definizione delle posizioni (stratificate sin dal 2000)”. Poi “occorrerà attivare prassi ordinarie di cancellazione dei crediti arretrati ritenuti inesigibili”. Che è quello che dovrebbe fare la norma in preparazione da parte del Tesoro. Entro 60 giorni dal varo del decreto Sostegni, dunque entro la fine di maggio, il ministero deve presentare alle Camere una relazione con i criteri per rivedere il farraginoso iter attuale. Da lì si vedrà se l’obiettivo è affilare le armi dei riscossori o cancellare altri milioni di crediti che lo Stato potrebbe recuperare.

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