Un anno fa ero tra quelle bare. Il primo giorno di primavera Ferrara accolse i primi feretri da Bergamo. Cinque camion militari per 25 bare. In ogni camion 5 persone senza nome. Morti altrove, accompagnati lontano dalle loro famiglie e finiti nel vento.

Scelsi di esser presente come omaggio della categoria che rappresento, o che dovrei rappresentare. Anche un solo pensiero in più, credevo, poteva da lontano accompagnare i lutti di quei morti senza terra.

Non l’ho mai raccontato. Non sono mai riuscito a descrivere a parole quello che provai nel vedere quella gigantesca carovana mimetica entrare in punta di pneumatici in cimitero. Elefanti di ferro in mezzo alla cristalleria delle tombe monumentali della certosa.

A distanza di un anno non sono l’inno nazionale, i giovani militari sull’attenti con negli occhi le ferite di quelle battaglie che non hanno combattuto, le tute bianche anticontagio del personale funerario a sconvolgere.

Sono le voci a fare la differenza. Le voci che mancano. Non ci sono voci in quei funerali mancati. Mancati perché orfani di nomi e visi. E di lacrime. Le lacrime fanno rumore. Dietro ogni lacrima c’è una voce, un suono. Dietro ogni corteo ci sono decine, centinaia di voci. Magari anche solo sospiri, parole taciute. Ma sono suoni. Voci.

E in quella danza macabra di camion militari provenienti dalla chiesa di San Giuseppe a Seriate, in quella consegna di teche con dentro corpi di sconosciuti, in quei bottoni che accendono un forno crematorio non c’è la minima nota di una voce.

E tutto allora si dissolve. Tutti i simboli che ci accompagnano nei nostri riti sono capovolti. Le bare tutte uguali. Sopra ognuna di loro la stessa rosa bianca. La destinazione la medesima. Una macabra eguaglianza postuma.

Vorrei dire a una per una di quelle persone, cui è stato impedito di dare voce al proprio lutto, che ho avuto un breve pensiero per ognuna di loro. Piccola, piccolissima cosa, ma ho guardato ogni bara deposta, ho immaginato a quali affetti potesse appartenere, ho provato un dolore per ciascun legno che scendeva dai camion.

Quarant’anni fa Stefano Benni scrisse che “il dolore degli altri non si stacca dalla pelle, né lasciando un camice, né finendo una poesia”. Parlava di sua zia, che curava le persone “nei corridoi silenziosi, dove padrone è il dolore”. E aveva ragione. Quel dolore, quelle immagini, quell’assenza di voci, mi accompagneranno sempre. Un peso che spero possa essere un lieve sollievo per chi non c’era.

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