di Luigi Sala

Non dico che fermare la vaccinazione con AstraZeneca sia stato un errore poiché vige il principio di precauzione, ma è anche vero che, a causa di una decisione più politica che scientifica, la già non abbondante fiducia della popolazione nei vaccini è stata ulteriormente minata; è inutile poi cercare di rassicurare, anzi a mio parere rassicurare rafforza l’idea che il vaccino sia poco sicuro e che lo Stato, e a cascata la scienza, non sia affidabile.

Il rapporto che la massa ha con la Scienza dovrebbe essere oggetto di studi approfonditi, mentre quello con lo Stato è più osservabile e palpabile: valga l’esempio della Russia dove lo Sputnik, vaccino sviluppato presso il Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica N. F. Gamaleja e dall’Istituto di ricerca di microbiologia del ministero della Difesa della Federazione Russa – che pare possegga ottime capacità di copertura –, sembra dai vari reportage pubblicati su questo stesso giornale non aver incontrato il favore dei russi (circa il 2,7% di vaccinazioni) i quali, per lunga e giustificata tradizione, diffidano dello Stato e della sua burocrazia: ergo, non hanno fiducia neanche nel vaccino che lo Stato propone, al netto delle non poche difficoltà logistiche. Verrebbe da dire che lo Stato italiano per tanti motivi, giustificati o meno, suscita la stessa diffidenza.

Certamente qui entra in gioco anche la psicologia sia individuale che quella di massa, la mancanza di una figura autorevole (vedasi Mario Draghi) che fornisca le rassicurazioni del caso (se è il caso…) incide non poco sull’immaginario collettivo per il quale la capacità empatica è assai più importante di un comunicato. In altre parole, è più efficace un sorriso accompagnato da una pacca sulla spalla che un comunicato freddo e asettico in cui si dice che l’iniezione che hai fatto – magari un’ora – prima può produrre, anche se in numero limitatissimo, coaguli polmonari ed è quindi meglio fermarsi e non farlo più. Chi resta sereno alzi la siringa.

Il discorso non varia di molto se si parla di zone colorate di rosso o arancione: credo che ci sia un buon 10% della popolazione che osserva poco o nulla le regole.
Mi sembra lapalissiano dire che più ci si assembra e si esce in compagnia più crescono le possibilità di infezione e di trasmissione e quindi il colore che il Cts assegna alle regioni non fa che riflettere questo semplice dato: tale evidenza però non è stata introiettata e assimilata da molti, che ritengono il meccanismo delle chiusure e aperture quasi un semplice gioco, assai noioso e irritante, che si basa su numeri e su algoritmi misteriosi che non hanno un diretto rapporto con la realtà. La soglia di percezione del rischio si alza insieme al tasso alcolico di un mojito fresco, e così il pericolo viene assimilato a uno Stato che dei suoi poteri esercita solo la negazione e che in fondo è bacchettone e proibizionista.

Da ragazzi tutti hanno avuto l’esperienza di una mamma ansiosa che raccomandava di non fare mille cose: entrava in gioco la trasgressione e dopo avere fatto dieci cose proibite le altre 990 venivano naturali. Specie se erano piacevoli e divertenti. Noi, alla ricerca perenne della gratificazione perduta, spesso e volentieri trasgrediamo le regole e se qualcuno ci punisce lo riteniamo prepotente e antipatico. Forse sarebbe meglio se trasportassimo le trasgressioni sulla politica, mai così asfittica ed estranea alla vita di tante persone. Il vaccino anti-Covid è bene farlo quanto prima, ma cercare di migliorare la politica è il vaccino del giorno dopo, che ci protegge da prese in giro e frustrazioni.

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