Tre mesi, che potrebbero diventare sei, per verificare se ci sono pericoli di infiltrazione o condizionamenti da parte della criminalità organizzata al Comune di Foggia. Terminerà entro la fine dell’estate il lavoro della commissione di accesso agli atti che si è insediata negli uffici comunali per decisione del ministero dell’Interno ed è stata nominata dal prefetto Raffaele Grassi, che dal suo arrivo in città ha disposto oltre 60 interdittive antimafia. A quanto si apprende, la commissione potrebbe prendere in considerazione gli atti relativi al periodo attuale e quello immediatamente successivo alle ultime elezioni amministrative del 2019 quando l’attuale sindaco Franco Landella (Lega) ha vinto per la seconda volta. I tre commissari sono il viceprefetto Ernesto Liguori, il vicecapo della squadra mobile Maurizio Miscioscia e il tenente dei carabinieri Francesco Colucci. Al termine del loro lavoro scriveranno una relazione al prefetto, sulla base della quale dovrà essere proposto o meno l’eventuale scioglimento per mafia al Viminale.

La commissione passerà ai raggi X tutti gli atti comunali, ad iniziare dagli appalti per comprendere se esiste una contiguità tra elementi della macchina amministrativa e personaggi della criminalità organizzata e se questi ultimi abbiano influenzato le scelte. “La commissione prefettizia potrà contare sulla mia collaborazione e sulla disponibilità a ripercorrere tutte le iniziative promosse in favore della legalità”, ha detto Landella sostenendo che il lavoro della commissione “aiuterà a diradare le ombre che strumentalmente s’insiste con l’insinuare attraverso vicende giudiziarie che, com’è del tutto evidente, non sono assolutamente riconducibili all’amministrazione comunale”. Secondo il sito l’Immediato, l’arrivo della commissione sarebbe scaturito anche da alcuni esposti arrivati alla procura di Foggia, guidata da Ludovico Vaccaro, che si è detto “fiducioso” sul lavoro che svolgeranno i commissari. A questo bisogna aggiungere che negli ultimi mesi, dipendenti del Comune di Foggia e un consigliere comunale sono stai coinvolti in inchieste, anche della Dda di Bari.

Lo scorso novembre nell’ordinanza dell’operazione Decima bis, che aveva portato a 39 arresti, veniva descritto il cono d’ombra in cui gli uomini del clan stringono patti con professionisti e pezzi della pubblica amministrazione per portare avanti i propri affari. Insieme a boss e sodali delle batterie foggiane venne arrestato, con l’accusa di concorso esterno, Giuseppe De Stefano, in servizio all’Ufficio ‘Dichiarazione Morte Stato Civile’. Secondo gli inquirenti aveva fornito ad esponenti della batteria Sinesi-Francavilla i nomi delle persone decedute, funzionali al compimento di attività estorsive nei confronti delle agenzie funerarie. Un uomo del clan, intercettato, affermava: “Ho la persona al Comune, deve fare per forza i documenti”. Il giudice per le indagini preliminari, tratteggiando il profilo di Alessandro Aprile, l’uomo che intratteneva i rapporti con De Stefano, scriveva: “Dispone a suo piacimento della res pubblica tanto che tranquillamente gira nei corridoi del Comune di Foggia, incontrandosi con il De Stefano che lo riceve con estrema naturalezza”.

Lo scorso 10 febbraio erano invece finito ai domiciliari il consigliere comunale Bruno Longo, 66enne storica figura del centrodestra nel Foggiano recentemente transitato in Fratelli d’Italia, e e Antonio Parente, addetto al servizio informatico al Comune di Foggia, poi tornato in libertà. Al centro dell’inchiesta della procura ordinaria, una presunta tangente sarebbe stata versata per ottenere il pagamento di tre fatture emesse da una società nei confronti del Comune. A quanto si apprende, la ditta di Campobasso si sarebbe aggiudicata a marzo 2017 un appalto annuale, poi prorogato per 18 mesi, del valore di 370mila euro per archiviare dati informatici del Comune. Nelle 58 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Foggia Domenico Zeno, il magistrato spiegava che quella conversazione del 23 dicembre 2019 era “un’ importante intercettazione” perché “si conferma che sarebbe stata pagata la tangente di 15mila euro da dividere in cinque, indicando nel sindaco di Foggia, Franco Landella, la quinta persona”. I due, secondo gli inquirenti, volevano dare una “quota” al sindaco che, è bene chiarirlo, non risulta indagato ed è estraneo all’inchiesta.

Negli ultimi cinque anni in provincia di Foggia sono stati sciolti per mafia 4 Comuni, compresi i due centri più popolosi della provincia. Dopo Monte Sant’Angelo nel 2016, è toccato a Mattinata nel 2018. La commissione accertò “pressanti condizionamenti dei clan” che avevano “compromesso” l’imparzialità dell’amministrazione, definita “testimone passiva” e a volta “protagonista” delle vicende raccolte in sei mesi di lavoro dalla commissione d’accesso. L’11 ottobre 2019 è toccato a Cerignola, 60mila abitanti, comune nel quale il ministero dell’Interno aveva accertato “condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali”. Qualche giorno più tardi è stata la volta di Manfredonia, 57mila abitanti, con la ricostruzione delle dinamiche criminali passate del territorio.

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