L’azienda del genero di un noto pregiudicato aveva “addirittura provveduto a trasportare le schede in prefettura” nel giorno del referendum costituzionale. Un episodio “particolarmente significativo”, lo definisce il prefetto di Foggia Massimo Mariani nella relazione che a marzo ha portato allo scioglimento del consiglio comunale di Mattinata per infiltrazioni mafiose. C’erano persone legate ai clan che hanno esposto, sono le parole usate del presidente della Repubblica nel decreto, a “pressanti condizionamenti” il lavoro dei consiglieri provocando una situazione di “grave inquinamento e deterioramento” dell’attività amministrativa. All’interno della “compagine di governo e della struttura burocratica”, scrive invece il ministro dell’Interno Marco Minniti, si contavano diverse persone con “relazioni di parentela o di affinità” con “elementi delle famiglie malavitose localmente egemoni”.

Amministrazione “testimone passiva e protagonista”
I personaggi contigui alla mafia garganica erano in diversi settori, sostengono le relazioni del prefetto e del ministro, grazie anche a un’amministrazione apparsa “in più occasioni testimone passiva” e “in altre protagonista” delle vicende raccolte in sei mesi di lavoro dalla Commissione d’accesso, arrivata a controllare delibere e determine nel maggio 2017. Pochi mesi fa il sindaco Michele Prencipe, davanti alle telecamere di Nemo, negava la presenza della mafia a Mattinata, invece c’era più di qualcosa che non tornava negli affidamenti per la gestione dei parcheggi, nelle autorizzazioni per chioschi e bar e nelle aziende che curavano il verde pubblico. “Concreti, univoci e rilevanti elementi” su collegamenti “diretti e indiretti” degli amministratori con la criminalità organizzata, li chiama Minniti nella relazione presentata a Mattarella. È così che si arriva allo scioglimento del secondo Comune in provincia di Foggia, dopo Monte Sant’Angelo tre anni fa.

L’uso “distorto della cosa pubblica ” e il clan Romito
Mentre tra la Capitanata e il Gargano si continua a sparare, con l’ultimo morto lasciato sull’asfalto il 26 aprile a colpi di kalashnikov, il ministro parla di uso “distorto della cosa pubblica” a Mattinata, più volte denunciato da diverse inchieste del sito locale Immediato.net, alcune delle quali ritornano negli atti dei commissari. Seimila abitanti, mare blu da far invidia, turismo e gli appetiti dei clan. In particolare i Romito, ai cui vertici c’era Mario Luciano, il boss ammazzato nella strage di San Marco in Lamis, e persone a loro legate da “vincoli familiari” o contigue sono “il punto di riferimento delle attività criminali organizzate” nel comune garganico. Una presenza, scrive il prefetto, “confermata” dal fatto che dal 2000 a oggi Mattinata è stata il teatro di “numerosi fatti di sangue” e di 6 casi di lupara bianca. “La quantità di omicidi, tentati e consumati, è ancora più impressionante – mette nero su bianco Mariani – se rapportata alla popolazione”.

Il caso degli impianti sportivi al fratello del capoclan
Un “caso emblematico” di infiltrazione è quello legato alla costruzione di un impianto sportivo nel gennaio 2014. L’affidamento viene dato ad una società il cui socio e amministratore unico, nonché il responsabile tecnico, sono “fratello e nipote” del “noto capoclan” Pio Francesco Gentile, a sua volta nipote del “capostipite” del clan Romito. E “singolarmente”, ha accertato la Commissione, nel contratto il Comune aveva “innalzato la durata della concessione da 30 a 40 anni, senza alcuna motivazione” e “in contrasto” con il codice degli appalti. E per di più la data entro la quale l’impianto doveva essere costruito “non è stata rispettata” e “nonostante i lavori non siano terminati né quindi consegnati” è stato accertato come l’impianto sia già “in funzione” e dall’estate dello scorso anno “si giochino partite di calcetto” tra privati, che pagano l’affitto del campo.

La società di autoparcheggio e le schede elettorali
Un altro episodio “particolarmente significativo” segnalato dalla Commissione è relativo a un parcheggio abusivo nel Parco Nazionale del Gargano. Sono i carabinieri Forestali a imbattersi nell’area nell’ottobre 2017 scoprendo “opere abusive” e trovando parcheggiati a “titolo oneroso” anche tre mezzi della società che si occupa della raccolta rifiuti a Mattinata. Vengono denunciati moglie e marito, rispettivamente proprietaria del terreno e legale rappresentante della società, nonché figlia e genero del “noto pregiudicato” Francesco ‘Natale’ Notarangelo, assunto dalla stessa società. Nessuno aveva contestato nulla ai due, anche se l’ufficio comunale competente “era a conoscenza” di tutto. Di più: “La Commissione – scrive il prefetto – ha accertato il ripetuto affidamento di incarichi (…) alla società che poco hanno a che vedere con la sua ragione sociale”, che ha come attività prevalente l’autoparcheggio. In particolare, si legge nella relazione, aveva ricevuto incarichi per la manutenzione del verde ed era stata “incaricata di predisporre gli spazi e i seggi elettorali” per il referendum costituzionale “e addirittura ha provveduto a trasportare le schede in prefettura”.

Parcheggi, chioschi e assunzioni: la “logica spartitoria”
Sono almeno una decina i casi segnalati nelle due relazioni. Diversi riguardano i parcheggi nelle aree “ad alta vocazione turistica”, quindi più redditizi, e la gestione di chioschi e bar. Il prefetto rileva anche come con una determina dirigenziale nel giugno di quattro anni fa venne disposta l’assunzione a tempo determinato come ausiliari del traffico di una cugina di Francesco Notarangelo e della moglie di una persona “di cui sono state documentate frequentazioni con le consorterie locali“. Le situazioni descritte nella relazione “hanno indotto e consolidato vantaggi diretti” degli appartenenti ai clan con una “logica spartitoria”. E in alcuni casi, insiste il prefetto, “con una sorta di privatizzazione dei beni pubblici, sottratti con il regime della concessione alla comunità e alla libera concorrenza”, grazie a “procedure prive di trasparenza amministrativa“.

Le certificazioni antimafia: solo 3 aziende su 60
Nel mirino anche gli interventi di valorizzazione turistico-ricreativa del bosco Vergone del Lupo, un posto incontaminato del Gargano famoso per i maestosi alberi di leccio. I lavori vengono affidati a una cooperativa il cui presidente è lo zio di Francesco Quitadamo, ritenuto legato al clan Romito. E non è l’unico caso, perché la società ha “effettuato altri lavori”, spesso legati alla manutenzione del verde pubblico. Tra l’altro il presidente del cda della coop fino al 2015 era proprio Quitadamo. Il cambio al vertice, ad avviso del prefetto, non fu casuale: la sua uscita di scena, scrive Mariani, “è immediatamente precedente alla procedura di affidamento dei lavori (…) e rendeva così possibile il rilascio di una comunicazione antimafia liberatoria”. Particolare non da poco: “Una delle pochissime richieste dal Comune”. Quanto fosse bassa l’attenzione sulle infiltrazioni mafiose a Mattinata è nei numeri cristallizzati da Minniti: “Su circa 60 ditte iscritte nell’elenco dei fornitori dell’ente soltanto tre sono risultate in possesso di certificazione antimafia e nessuna di quelle operanti nel settore del movimento terra è iscritta nella white list gestita dalla prefettura di Foggia”. Per raddrizzare la situazione, vista “l’estensione dell’influenza criminale”, i commissari devono rimanere negli uffici comunali per un anno e mezzo.