C’è una “zona grigia” a Foggia. Un cono d’ombra in cui i mafiosi stringono patti con professionisti e pezzi della pubblica amministrazione per portare avanti i propri affari. Gli uomini dei clan passeggiano indisturbati nei corridoi del Comune e parlano con professionisti di varia estrazione “sempre pronti ad aderire o addirittura a prevenire con estremo zelo” le richieste della Società foggiana. Nell’inchiesta Decima bis, ad esempio, gli investigatori hanno portato alla luce gli interessi della criminalità sulle imprese funerarie e su un ingegnoso sistemate di frode per il conseguimento delle patenti di guida alla Motorizzazione civile.

Già nell’inchiesta Grande carro era emersa la volontà dei clan di sostituire il pizzo alle società di onoranze funebri passando dalla somma di 500 euro al mese a quella di 50 euro per ciascun funerale. La chiave era nel rapporto avviato con un dipendente comunale ritenuto “infedele”, Giuseppe De Stefano, che passava informazioni ai clan e nel dettaglio, non solo forniva il numero di funerali celebrati ogni mese, ma anche quali imprese avevano lavorato. In una delle intercettazioni, un uomo del clan racconta di poter avere notizie riservate da De Stefano, impiegato allo sportello Dichiarazione Morte e anche lui colpito dalla misura cautelare, per conoscere quanti funerali erano celebrati giornalmente in città: “Ho la persona al Comune, deve fare per forza i documenti”.

E così il clan non doveva fare altro che avvicinare l’impresa e presentare il conto mensile. Non solo. Come ha svelato uno dei collaboratori di giustizia, intenzionato ad aprire una sua società di servizi funerari, l’iter burocratico era una formalità che “l’amico del Comune” permetteva di superare con estrema semplicità. Categorico il gip su Alessandro Aprile, l’uomo – soprannominato, ironia della sorte, Schiattamort – che viene accusato di tenere i contatti con De Stefano: “Dispone a suo piacimento della res pubblica tanto che tranquillamente gira nei corridoi del Comune di Foggia, incontrandosi con il De Stefano che lo riceve con estrema naturalezza”.

In altri casi, invece, la Società foggiana ha dimostrato di saper cogliere le occasioni e impadronirsi di sistemi illeciti avviati da altri. Come nel caso della Motorizzazione civile dove, secondo quanto apprende uno dei membri del clan, alcuni candidati riuscivano a ottenere la patente versando una mazzetta di 600 euro. Il sistema collaudato da alcuni personaggi collegati con le scuole guida di Foggia era ingegnoso: il candidato riceveva infatti una maglietta fatta su misura munita di una telecamera che permetteva a una fonte esterna di visionare il test e fornire le risposte esatte ai quesiti. Del sistema, però, facevano parte anche alcuni vigilanti che chiudevano gli occhi al momento della perquisizione.

Venuti a conoscenza dell’esistenza di questa organizzazione, gli uomini delle batterie foggiane “si proponevano di individuarne gli autori e di imporre la loro divisione a metà del corrispettivo dei 600 euro versato da ciascun candidato”, si legge negli atti dell’inchiesta. La ragione per i mafiosi è chiara: i vigilanti e l’ingegnere della Motorizzazione che sarebbe coinvolto in questo sistema avrebbero già uno stipendio e quindi buona parte di quell’incasso “extra” appartiene al clan. Quando riescono a raggiungere una delle persone coinvolte, avanzano la richiesta, come sempre, in modo netto: “Da oggi 300 euro a voi e 300 a noi… sennò ti spacchiamo la testa e non fai più nulla”. Un sistema redditizio che tuttavia ha breve vita: gli ingegneri onesti della Motorizzazione si accorgono che qualcosa non va e piazzano le telecamere all’ingresso: quella piccola giostra, da quel momento, si è fermata.

Ma al di là dell’esito del singolo episodio, queste vicende per il giudice per le indagini preliminari sono la prova della capacità pervasiva e dannosa della Società foggiana che “come metastasi tumorale in grado di infettare ogni ganglio della società civile di Foggia” era riuscita anche a “influenzare la pubblica amministrazione, realizzando un controllo capillare sulla azione amministrativa”.

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