“La consapevolezza dell’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione… Abbiamo l’opportunità di fare molto per il nostro Paese, con uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni e al rafforzamento della coesione sociale… Sono fiducioso che dal confronto con i partiti e i gruppi parlamentari e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e con essa la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello del Presidente della Repubblica”. Le parole pronunciate da Mario Draghi il 3 febbraio, dopo aver ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo, non lasciavano spazio ad alcuna fantasia.

Le espressioni utilizzate allora, una riproposizione quasi senza eccezioni di quelle scelte dai suoi predecessori. Anche meno recenti. Perché, pandemia a parte, le criticità non si risolvono. Se ne parla, ma non ci si pone mai davvero mano. Per questo tornano “opportunità”, “futuro delle giovani generazioni” e “coesione sociale”, ma anche “partiti”e “forze sociali”, “unità”, “risposta responsabile”. Soprattutto “unità” e “risposta responsabile”.

Il 12 febbraio ancora telecamere per il Presidente del Consiglio che ha snocciolato la lista dei ministri. Da l’onorevole Federico D’Inca al quale è conferito l’incarico dei Rapporti con il Parlamento all’onorevole Roberto Speranza, ministro della Salute, passando per l’onorevole Massimo Garavaglia, al quale sarà preposto al nuovo Ministero del Turismo e per l’onorevole Dario Franceschini, ministro della Cultura. Tra i due eventi ci sono state le consultazioni. Che in molti avevano creato tante attese, immaginando che il rigore di Draghi riuscisse dove non era riuscito sostanzialmente nessuno, sperando che l’alto profilo dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea garantisse una scelta autonoma nella composizione del governo.

Finalmente una scelta realmente super partes. Insomma senza condizionamenti da parte dei partiti. Perché? Innanzitutto perché sono proprio loro la causa della crisi italiana; non di questo maledetto ultimo anno segnato dalla pandemia, ma anche di quelli precedenti; tanti di quelli passati. Sono loro i veri colpevoli del disastro economico e sociale, ambientale e culturale. Dell’Istruzione e della Giustizia.

Tutti colpevoli! Certo in misura diversa. Anzi in momenti e ruoli differenti. Partiti di governo e di opposizione hanno trascinato il Paese al largo, abbandonandolo ogni volta e lasciandolo alla deriva. Mostrando la loro ingiustificata incapacità: a proporre quando ne hanno avuta l’occasione, a contrastare chi proponeva nelle circostanze in cui avrebbero dovuto farlo. Un fallimento senza attenuanti. Perché non se ne possono offrire a chi ha pervicacemente proseguito in politiche suicide che hanno svilito la nostra Storia, le nostre istituzioni, i nostri eroi di ieri e di oggi.

Hanno calpestato la Costituzione e i 75 membri della Commissione incaricata di elaborarne e proporne il progetto. Hanno svuotato il Paese delle sue energie, della sue intelligenze, parlando di giovani ma poi non occupandosene, se non strumentalmente. Discettando di scuola, senza conoscerne nulla. Ragionando di Beni culturali nella convinzione che si tratti di un giacimento da mettere a profitto, fino all’esaurimento. Pubblicizzando la green economy, ma riempendo i territori di tante regioni di impianti eolici e fotovoltaici. Alla faccia del paesaggio. Dicendosi preoccupati degli eventi naturali estremi, ma non riuscendo ad approvare una degna legge sul consumo di suolo. Mostrando vicinanza alla parte crescente di persone in difficoltà economica, ma non predisponendo alcun efficace welfare. Salvo offrire il Reddito di cittadinanza del quale beneficia anche chi non dovrebbe.

Ma forse quel che è più detestabile è che quasi nessuno in questo tempo “lungo” abbia alzato la mano per mostrare il suo diniego nei confronti di quel che accadeva: nessuno tra i pochi ad averlo tentato, ha fatto qualcosa per procedere al cambiamento. Non l’ha fatto nessuno. Né a destra, né a sinistra. Neppure il M5s che dagli inizi, quando prometteva il pandemonio, molto è cambiato fino a stravolgersi. Bugie. Da anni, solo bugie. Quelle necessarie a “far reggere” il sistema. Quelle indispensabili a dare una speranza agli elettori. Speranza, delusa ogni volta alla prova dei fatti.

È accaduto anche in questa circostanza con la squadra di governo che regala a ciascun partito quanto dovuto. Per l’appoggio. Per il sostegno. Per esserci stato. Così, eccoli, nuovamente (quasi) tutti insieme “per il bene del Paese”. “Per un senso di responsabilità”, ha detto Draghi. Prima e dopo di lui, leader e rappresentanti dei partiti. Con l’eccezione questa volta di FdI. In nome dell’”unità” superata ogni differenza, dicono. Peccato sia una bugia, l’ennesima. Forse la peggiore. Perché certifica il declino della rappresentanza. E la prepotenza manifesta dei rappresentanti (di questa politica senza alcuna qualità). Siamo diventati “Il paese dei bugiardi”. Quello di cui scrive Rodari.

“C’era una volta, là
dalle parti di Chissà,
il paese dei bugiardi.
In quel paese nessuno
diceva la verità,
non chiamavano col suo nome
nemmeno la cicoria:
la bugia era obbligatoria […]

Fare diverso non era permesso,
ma c’erano tanto abituati
che si capivano lo stesso. […]

Un giorno in quel paese
capitò un povero ometto
che il codice dei bugiardi
non l’aveva mai letto,
e senza tanti riguardi
se ne andava intorno
chiamando giorno il giorno
e pera la pera,
e non diceva una parola
che non fosse vera […]”

Non rimane che sperare che in anche in Italia capiti “un povero ometto” che inizi a non raccontare frottole e che pian piano tutti gli altri facciano come lui. Ma intanto godiamoci questo ennesimo governo dei partiti.

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