Sette anni dopo essere stato cacciato da Matteo Renzi per lasciare il posto all’ex capa dei Vigili Antonella Manzione, il giudice del Consiglio di Stato Carlo Deodato torna alla guida del dipartimento degli Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi. La nomina, che dovrebbe essere ufficializzata nelle prossime ore, porta la firma del nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi e si associa a quella di Antonio Funiciello neocapo di gabinetto. Deodato, che negli ultimi anni ha seguito Paolo Savona prima come capo di gabinetto al ministero degli Affari europei e poi alla Consob (fino a settembre 2020), ha un passato come braccio destro dell’azzurro Renato Brunetta e fece parlare di sé nel 2015, quando fu relatore della sentenza del Consiglio di Stato contro le nozze gay, e si scoprirono i suoi Tweet contro i diritti delle persone lgbt.

Deodato a Palazzo Chigi ci è arrivato grazie a Enrico Letta nel 2013, dopo l’esperienza durante il governo Berlusconi. E tra i vari incarichi, spicca la carriera a fianco proprio di Brunetta, allora ministro della Pubblica amministrazione: ne fu prima capo dell’ufficio legislativo e poi capo di gabinetto. Erano proprio gli anni della riforma fallita: non andò bene, tanto che il governo Renzi ci rimise mano con la riforma Madia. Senza dimenticare che l’Ue, tra le precondizioni per il Recovery plan, si raccomanda che si intervenga proprio sulla Pa. Deodato, quando fu cacciato da Matteo Renzi, scrisse un lungo articolo su il Foglio (di cui non c’è più traccia in rete, ma che nel 2015 fu riportato dall’Huffington post), nel quale accusò il leader di Rignano di escludere “le élite amministrative” dalla riforma della pubblica amministrazione: “La vera astuzia consiste nell’intendersi con la parte migliore della classe dirigente. E non nel mortificarla o nel farle la guerra”, scrisse. Dove per “la parte migliore della classe dirigente“, Deodato naturalmente intendeva se stesso. Al giudice ci sono voluti sette anni per avere il suo riscatto: torna a Palazzo Chigi grazie all’operazione di Palazzo di quello stesso che lo fece fuori, Matteo Renzi.

Di Deodato però si è parlato molto soprattutto nel 2015, quando fu il relatore della sentenza del consiglio di Stato che decise l’annullamento dei registri istituiti dai sindaci per trascrivere i matrimoni contratti all’estero. Una decisione che provocò gli entusiasmi dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano e che portava, tra le altre, la firma di Deodato. Ma non solo: poco dopo la diffusione della notizia, si scoprì che il giudice Deodato aveva rilanciato sul suo profilo Twitter link alle iniziative delle “Sentinelle in piedi” (movimento contro il riconoscimento dei diritti lgbt) e postato messaggi contro “l’educazione gender“. La denuncia era partita dal senatore ex Pd Sergio Lo Giudice, che mise sotto accusa la sua imparzialità definendolo provocatoriamente “l’uomo giusto al posto giusto”. Lui respinse tutte le accuse: “Ho solo applicato la legge in modo a-ideologico e rigoroso, lasciando fuori le convinzioni personali che non hanno avuto alcuna influenza”. Dopo quelle polemiche Deodato non ha praticamente più twittato (una decina i messaggi in sei anni), ma la sua biografia è rimasta pressoché inalterata: “Giurista e cattolico”, si legge. La nomina di Carlo Deodato, arrivata pochi giorni dopo quella di Marta Cartabia come ministra della Giustizia, costituzionalista vicina a Comunione e liberazione, e allarma le associazioni che ancora sperano di veder far fare qualche passo in avanti in Parlamento alla legge Zan contro l’omotransfobia.

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