Veltroniano quando c’era Veltroni, montiano quando c’era Monti, renziano quando c’era Renzi. Ora che l’aria è cambiata – e soffia vento di restaurazione – Antonio Funiciello torna a Palazzo Chigi da capo di gabinetto. C’era già stato con presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ora ci rientra con un altro premier, l’ex governatore della Bce Mario Draghi. Campano, 45 anni, laureato in filosofia alla Federico II, dirigerà lo staff del capo del governo nominato dopo che il Barnum di Renzi ha portato all’agonia e poi alla caduta del governo sostenuto da M5s e centrosinistra. Il suo ultimo libro, sarà un caso, si chiama Il metodo Machiavelli: racconta della sua esperienza proprio con Gentiloni, racconta tratti e caratteristiche dei suoi consiglieri. Proprio al professor Niccolò ha fatto riferimento nei giorni scorsi Renzi mentre descriveva le sue gesta, tronfio, alle tv di mezzo mondo. Quasi una confessione: “Per come ho gestito la vicenda io, molto più Machiavelli che Moro“. Un altro dei libri di Funiciello è Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza. Non dite che non ve l’aveva detto.

Attualmente Funiciello è consigliere di amministrazione dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, dov’è arrivato su nomina della presidenza del Consiglio. E’ stato per un po’ il responsabile Cultura del Pd, per esempio, nella segreteria di transizione di Guglielmo Epifani (2013, post dimissioni di Pierluigi Bersani causa “non vittoria”). Negli ultimi 15 anni ha attraversato (e beneficiato) delle varie fasi della vita dei Democratici di Sinistra prima e del Partito democratico poi, sempre tenendo abbastanza la destra: dal 2004 in ordine sparso è stato consulente politico di Luigi Zanda, consulente politico di Veltroni, consulente politico del gruppo democratico al Senato, consulente politico del vicepresidente della commissione Bilancio Enrico Morando (ex leader della ex destra dei Ds e poi del Pd), ma anche, due anni dopo, del presidente della commissione Bilancio, sempre Morando. Fu Funiciello a inserire su wikipedia la foto nel profilo di Morando, diventato finalmente viceministro all’Economia.

Nel frattempo Funiciello commenta, contribuisce, interpreta, scrive lettere ai direttori e riflessioni ai quotidiani, specie quelli che chiudono, partecipa ai talk-show a colazione. Intellettuale, intellettuale, intellettuale: la parola ricorre sempre quando c’è da parlare di Funiciello. E poi liberale, liberale, liberale. Ha trovato ospitalità su fogli che non rimandano propriamente alla sinistra storica: al Foglio, per dire, ha scritto per 4 anni, nel frattempo firmava anche su Europa, poco prima aveva scritto per il Riformista, poco dopo per Liberal e qui siamo al modernariato (era la rivista che rimandava alla fondazione di Ferdinando Adornato). L’unico giornale su cui ha scritto Funiciello rimasto ancora aperto è Mondo Operaio, rivista fondata da Pietro Nenni, e ancora oggi ritrovo dei socialisti.

Ma a differenza del periodo con Morando, negli ultimi anni ha avuto maggiori soddisfazioni dall’orientamento del Partito. Per esempio è stato braccio destro di Luca Lotti, quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Renzi. E di sicuro è stato a capo del comitato BastaunSì, che ormai ha un suono antico come se fosse uscito da un grammofono ma solo 4 anni fa era il claim con cui il premier invincibile credeva di poter sbancare al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. In quegli anni gli fu affidato tra l’altro la gestione dello stato di crisi dell’Unità. Esperto di blairismo e di clintonismo (anche se ora la terza via sembra in particolare affanno) e in generale appassionato di politica degli Stati Uniti. Venti ore fa ha ritwittato subito il messaggio del presidente Joe Biden che si felicitava con Draghi.

Descritto come vicino alla scuola napoletana del migliorismo (da Napolitano in giù) è appassionatissimo anche di premier tecnici, che vanno sempre su tutto. Nel 2012 firmò un appello al Pd perché il partito seguisse l’agenda di Mario Monti. Quando dopo Epifani Renzi trionfò e diventò segretario del Pd sembrava l’uomo perfetto per ricoprire l’incarico di responsabile comunicazione, ma poi l’allora sindaco diventato segretario scelse Francesco Nicodemo. Una volta sentì un po’ troppo l’agonismo: erano gli ultimi giorni di campagna elettorale prima del ballottaggio tra Chiara Appendino e Piero Fassino. Se ne uscì con un tweet che diceva “Appendino è bocconiana, come Sara Tommasi“. Additato per ore da tutto Twitter, cancellò subito tutto definendolo un tweet stupido giustificandosi di essere stato annebbiato dall’attentato di un pazzo ad Orlando (il lettore valuterà autonomamente cosa possa entrarci).

Una delle idee di Funiciello da presidente del Comitato del Bastaunsì – ma anche con poca opportunità assistente del sottosegretario all’Editoria – presentò un esposto all’Agcom contro La7 e in particolare contro Otto e mezzo, La Gabbia e PiazzaPulita). Oggetto dell’esposto: i giornalisti in tv devono smettere di dire come la pensano sul referendum costituzionale perché così si squilibrano i conteggi della par condicio. Gli esempi che furono portati come simbolici furono quelli delle partecipazioni degli ospiti del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio e Antonio Padellaro.

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