L’andamento dei ricoveri nelle terapie intensive è uno dei parametri utilizzati per determinare il colore delle regioni ed anche una lente inesorabile per osservare l’andamento della pandemia. In questo momento l’indice di mortalità registrato nelle terapie intensive è molto preoccupante, secondo Antonello Giarratano, presidente designato Siaarti (Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva). Se, nella prima ondata, lo tsunami pandemico ha visto soccombere, per parecchie settimane i sistemi sanitari regionali e gli ospedali, nella seconda ondata si sta registrando un’impennata statistica di mortalità nelle terapie intensive.

In molte aree geografiche si arriva a punte rilevanti. Ad interrogarsi su quali possano essere i motivi alla base di questa anomalia è proprio chi opera nelle trincee intensive, ma non solo. Una delle variabili critiche potrebbe essere rappresentata dai “criteri” di accesso, che allo stato attuale sono molto stringenti, proprio per arginare ingressi fiume, ma così si sono create delle strozzature forzose che potrebbero impedire l’ingresso precoce a pazienti con parametri ancora sufficienti da poter essere salvati. “Riceviamo in molte aree d’Italia, da nord a sud, segnalazioni per pazienti che hanno una mortalità predetta anche del 95% – dice il professore – In questi casi 9 pazienti su 10 poi muoiono trasformando molte terapie intensive in una sorta di camera pre-mortuaria. Chi lavora in Terapia intensiva è abituato ad avere anche grandi numeri di mortalità ma mai si era arrivato a tale tasso”. Per capirci, lo “shock settico”, che è una tra le sindromi con mortalità più elevate, non supera il 40%, nelle terapie intensive non Covid, questo per avere un parametro. È chiaro che il dato non è uniforme sul territorio nazionale. Le direttive di accesso alle terapie intensive derivano da raccomandazioni recepite da Istituto superiore di sanità, che però Siaarti sta riconsiderando.

Sono due gli elementi centrali ai quali la comunità scientifica deve dare una risposta celere, uno riguarda le terapie intensive, l’altro le terapie subintensive. Procediamo con ordine: “È fondamentale capire se una ammissione precoce nelle prime 72/96 ore dalla mancata risposta al trattamento subintensivo respiratorio, in un paziente già affetto da altre patologie, possa essere foriera di una riduzione di mortalità – spiega Giarratano – in questo momento vi accedono pazienti “supercritici”, e tenendo conto quasi esclusivamente della “estrema severità” dell’insufficienza respiratoria, vengono forse sottovalutati altri parametri vitali. Così, si rischia di non ammettere alle cure intensive altri pazienti che – prima del Covid – sarebbero stati accolti in intensiva più precocemente”.

Insomma, accedere in intensiva dopo due o tre settimane di subintensiva potrebbe ridurre, soprattutto nei pazienti con altre disfunzioni d’organo, le possibilità di sopravvivenza. “Abbiamo notato che in ospedali, dove non c’è la terapia subintensiva, e quindi i pazienti finiscono direttamente in terapia intensiva si riduce la mortalità complessiva”. Qui arriva il secondo elemento, che riguarda la gestione delle “subintensive”, una sorta di anticamera delle intensive: “La carenza di un sufficiente numero di posti letto di terapia intensiva ha condizionato, forse e sottolineo forse, in modo troppo restrittivo la ammissione dei pazienti Covid 19″. Non solo, puntualizza Giarratano: “Anche queste non sempre sono gestite con competenze specialistiche subintensive”. Ci sono figure professionali, non attigue alle mansioni specifiche di subintensiva. “Non basta ‘saper mettere il casco’, sono necessarie competenze mirate. In questa ottica il potenziamento delle terapie intensive e delle figure specialistiche è e sarà determinante per qualsivoglia altra pandemia e per gestire in futuro in modo appropriato patologie e pazienti sempre più complessi”.

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La strozzatura ad imbuto all’ingresso delle terapie intensive porterebbe a ridurre gli ingressi totali, andando a definire la percezione globale sulla disponibilità dei posti liberi: meno ingressi, più posti liberi, meno criticità e di riflesso un miglior andamento della pandemia. “E quindi anche il colore delle regioni diventa più… giallo. Si, è un rischio ma non vogliamo certo pensare e non pensiamo che questo possa condizionare linee guida scientificamente validate”.

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