La pandemia ha dimezzato Milano. Non per la riduzione dei residenti, che comunque nel 2020 sono diminuiti di 13mila persone dopo anni di crescita. A crollare sono stati studenti, pendolari turisti d’affari e di piacere. Le categorie che, prima del Covid-19, di fatto raddoppiavano la popolazione che ogni giorno si muoveva e spendeva in città. Se prima dell’epidemia entravano in città 1,7 milioni di persone al giorno, a ottobre 2020 se ne contavano 953mila, e questo prima che la Lombardia finisse in zona rossa. Dato che la metropoli conta in tutto un milione 393 mila abitanti, l’impatto dell’epidemia ha una dimensione devastante. Non è tutto. Fra le aziende cittadine rappresentate da Confcommercio, il 70% dei dipendenti è attualmente in smart working, vale a dire che sta prevalentemente a casa, non prende mezzi pubblici, non consuma colazioni e pranzi fuori, diserta quasi completamente negozi e servizi dei quartieri a maggiore concentrazione di uffici. La stessa Confcommercio stima che la metà di loro continuerà a fare smart working anche a epidemia passata.

Sempre più nomadi

Qual è allora il futuro delle città oggi piegate dall’emergenza sanitaria? Quali quartieri soffriranno di più, e quali potranno approfittarne per cercare di rivitalizzarsi? O davvero la ricetta può essere quella del ritorno in massa ai paesini di campagna e di montagna via via abbandonati negli scorsi decenni? Sono i temi discussi e approfonditi nel nuovo numero di FQ MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da sabato 13 febbraio. “Penso a una popolazione urbana che si sposta, non solo il finesettimana, tra città e reti di piccoli borghi”, dice per esempio l’architetto Stefano Boeri, in un’intervista in cui racconta diversi progetti che puntano a fare sistema fra metropoli e paesini, per esempio con il decentramento di dipartimenti universitari o di piccole filiere produttive.

Tra South working e realtà

Perché il trasferimento secco in piccoli centri fuori mano, per esempio il cosiddetto “South working“, non è sempre rose e fiori. FQ MillenniuM ha raccolto diverse storie di chi lo ha sperimentato, e accanto ai vantaggi di una vita più tranquilla a costi drasticamente minori sono spuntati diversi ostacoli: l’integrazione in comunità chiuse e diffidenti, la scomodità di servizi spesso lontani parecchi chilometri di tornanti, le scarse attività culturali, la difficoltà di restare all’interno di quelle reti di contatti necessarie alla crescita lavorativa… Insomma Zoom e la banda larga non sempre bastano a rendere il piccolo borgo realmente attrattivo. La vicinanza a una centro di dimensioni almeno medie o a una stazione dell’alta velocità (per quando torneremo a viaggiare) possono valere molto di più. Fra quelli che hanno fatto il grande salto c’è il climatologo Luca Mercalli, che in un intervento a metà fra analisi e testimonianza, racconta ai lettori proprio la sua nuova vita fra la Valsusa e Torino. Una scelta che gli è costata fra l’accusa di aver fatto una scelta “elitaria”, con una soluzione certo ecologica, ma non alla portata di tutti, e in particolare di chi svolge lavori fisici e manuali.

Smart per battere le emergenze

Intanto però le città possono diventare capaci di affrontare meglio le future emergenze, sanitarie e non, diventando sempre più “smart” a colpi di connessione, domotica, big data. Magari in favore delle fasce più fragili, a partire dagli anziani, prime vittime dell’epidemia. Si va dalle semplici app “salta-code” sperimentate con successo negli uffici pubblici di Pavia a progetti più complessi, come la domotica per rendere più autosufficienti gli anziani soli, un’alternativa concreta al ricovero nelle Rsa, dove il Covid-19 ha fatto strage. A proposito, se tutti i dati sanitari fossero stati davvero in rete in tempo reale, accessibili agli assessorati regionali come a ciascun medico di base, non avremmo affrontato meglio la pandemia e salvato molte vite? Certamente, però la digitalizzazione deve essere affiancata “da piani d’emergenza, percorsi formativi degli addetti e delle popolazione”, dice al mensile Piera Nobili, architetto esperto di progettazione inclusiva. “Non basta il wi fi, sono le strutture che erogano i servizi e i cittadini che devono essere davvero connessi”.

La canapa che fuma la Co2

In attesa di diventare smart, le città si portano dietro retaggi old: come i tre milioni di metri quadri occupati a Torino dallo stabilimento Mirafiori, dove ai tempi d’oro della Fiat lavoravano 50 mila operai, oggi sono 17 mila. Quell’area sarà motore di un nuovo sviluppo, magari con l’auto elettrica, o un fardello insostenibile per gli enormi costi di sicurezza e bonifiche? Cerchiamo di capirlo con un reportage “guidato” da Giorgio Airaudo, segretario della Fiom in Piemonte.

Ma anche l’edilizia può essere smart: FQ MillenniuM racconta che a Bisceglie è in costruzione un condominio di 24 appartamenti fatto in mattoni di canapa: a chilometri zero, grazie a una virtuosa filiera locale, e a impatto meno di zero, perché l’intero processo produttivo consuma Co2 invece di produrne.

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