di Franco Peterlongo

Erano quasi nell’angolo, pur avendo oltre il 30% dei rappresentanti in Parlamento. Erano stati “fatti fuori” da Matteo Renzi e accantonati dal Capo dello Stato Mattarella, che ha considerato preferibile non andare al voto anche se c’era un governo che era stato sfiduciato. Ha poi affidato l’incarico a Mario Draghi, la quintessenza di quello che il Movimento 5 Stelle ha sempre combattuto: l’Europa dell’austerity, finanza dei derivati, eccetera. Mattarella ha chiesto a tutti i partiti di sostenere Draghi.

Silvio Berlusconi è subito saltato sul carro, ben contento di poter tornare al centro della politica. Matteo Salvini ha invertito la direzione di marcia: dal suo mantra “fuori dall’Euro e mai Mes” a “seguiamo il Ronaldo che ci ha comprato il Presidente”. Il Pd tira un sospiro di sollievo perché non deve più prendere decisioni, ma solo seguire la strada che verrà tracciata dal super-competente. Renzi troneggia dicendo che è tutto merito suo se ora abbiamo “the best”. Solo Giorgia Meloni rimane fuori dal coro. Gruppetti sparsi in cerca di autore (Bonino, Tabacci, Calenda, ex FI ex M5S) esultano uscendo dalle consultazioni.

Draghi non parla, qualsiasi cosa senta dire. Sa che chi parla prima o poi perde. Riceve tutti, ascolta tutti, in silenzio prende appunti. I commenti vengono dalla stampa amica e giubilante che ipotizza soluzioni, agende, elenchi di possibili ministri.

Cosa poteva inventarsi il M5S con Draghi? La sua anomalia nel mondo della politica, oltre all’onestà, aveva introdotto: incontro in streaming, stesura del contratto con Salvini, scelta di pochi punti di programma su cui convergere con gli ex compagni di strada di Pd e LeU. Nulla di tutto ciò poteva neppure lontanamente essere proposto a Draghi. Con lui si può solo parlare e vedere che prende appunti, annuendo a tutti. Il voto su Rousseau se lo aspettavano tutti. Una liturgia strana, perché si sa che “uno vale uno” è cosa seria solo se confinato ai Cantoni svizzeri. Ma forse le mosse successive hanno sorpreso e sconcertato molti.

Prima mossa: lo streaming in replay. Beppe Grillo racconta, in video, di Draghi che fa complimenti, riconosce meriti e annuisce alle sue proposte. Seconda mossa: non essendo sicuro che il Presidente del Consiglio incaricato abbia capito tutto e lo comunichi ufficialmente, propone di sospendere il voto.
Scandalo e sconcerto. Ma come? Erano tutti d’accordo, era cosa fatta ed ora dobbiamo attendere per le paturnie di un comico? Draghi non parla, ma il Wwf garantisce che anche a loro ha detto qualcosa di quello che aveva detto a Grillo.

Allora si può procedere al voto e alla quarta mossa: la stesura del programma. Nel quesito sottoposto al vaglio di Rousseau c’è il programma. Le promesse e gli impegni che Draghi ha preso nei loro incontri sono imprescindibili e precondizione per esprimere la scelta di appoggiare o no il governo che sarà presentato alle Camere. Un sì o un no ad appoggiare un governo impegnato su ben chiari e specifici punti, risultati già raggiunti dai precedenti governi e condizioni imprescindibili del programma M5S.

Tutte le altre forze politiche hanno dichiarato che avrebbero lasciato carta bianca a Draghi, Fdi ha chiuso indipendentemente da quello che poi farà. Ora se il voto su Rousseau sarà in maggioranza di “no”, spetterà a Draghi e Mattarella decidere se procedere senza il voto del M5S. Se invece l’esito sarà un “sì”, Draghi potrà formare il suo governo insieme a Mattarella e presentare il suo programma in Parlamento.

Finalmente dovrà dire qualcosa, dovrà cercare di far capire cosa intende fare di concreto insieme ai suoi ministri. E, allora, i portavoce del Movimento potranno valutare se quello che Draghi dirà presentando il suo governo corrisponde a quello che andranno (o no) ad approvare gli iscritti su Rousseau. Se non troveranno identità di vedute potranno anche astenersi.

Gli incompetenti possono fare anche politica, a modo loro. Interessante vedere cosa potrà uscirne.

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