Bel colpo di stile da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Nonostante le difficoltà dell’esecutivo che in queste ore sta subendo i contraccolpi del voltafaccia dei renziani – e ancora non si sa come finirà – evidentemente Conte non ha perso lucidità. Così fa pensare, tra le altre cose, anche la sua scelta, annunciata in Aula durante l’intervento con cui ha chiesto un voto di fiducia, di delegare la gestione dell’intelligence. Ha detto che gli impegni futuri sono molti soprattutto le scadenze internazionali che vedono l’Italia in prima linea e dunque è bene nominare una persona di sua fiducia per quel delicato compito.

Sappiamo che la faccenda è stata al centro di una contesa perché Matteo Renzi non voleva che il presidente del Consiglio mantenesse per sé quella delegata, nonostante sia la legge a prevederlo, già con la riforma dei nostri Servizi varata nel 1977 che fu una vera rivoluzione. Occorreva cancellare la vergogna delle spie italiane che avevano fatto di tutto e di più per proteggere neofascisti e stragisti: a questo si era dedicato il vecchio Sid.

Uno dei punti cardini della riforma fu quello di indicare un solo organo responsabile, di fronte al Parlamento e al paese, del corretto funzionamento dei Servizi: il presidente del Consiglio dei ministri. Fu il modo per contemperare esigenze della sicurezza con quelle della responsabilità di uno Stato democratico.

Come sappiamo una buona legge è una condizione necessaria ma non sufficiente perché gli organi dello Stato siano leali e questo vale in ogni altro settore della vita pubblica. Ma quel principio resta un caposaldo, anche per evitare che l’intelligence sia ostaggio di prepotenti appetiti di fazioni e centri di potere. Implicitamente è quello che ci ha ricordato oggi il presidente Conte: delegherà, ma non per far contento qualcuno.

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